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ALFONSO GATTO
"Di
Cazzaniga val la pena di scrivere", vorrei dire con l'affermazione di
un nichilista che tornò al niente della sua morte, prima d'esser detto
qualcuno del quale si sarebbe parlato. Era un mio amico lombardo, si
chiamava Pinin, e amava le ginestre del Vesuvio, viste con me per la prima
e l'ultima volta in una gita intorno agli anni trentacinque. Pinin Pérego
(un cognome "in serie" che gli piaceva) morì in guerra, nel
deserto dove non cresce nemmeno la ginestra leopardiana. Se lo ricordo qui,
è per dire che i lombardi amano soprattutto, della natura, le cose che
non hanno: il mare e il deserto. Così fiorita, lavorata, tenera, umida,
la dolce terra che Linati e Balsamo Crivelli scoprivano sulle orme di
Renzo, tutto può avere, come ha, dell'acqua, meno che il mare: tutto può
avere dell'aridità e dell'incolto, persino la sodaglia manzoniana, meno
che il deserto. Non c'è precisione poetica che non abbia umore, e
quell'umore particolare proprio dell'evidenza, indicata alla buona; il
"cosi bello quando è bello" del cielo negli occhi, che si
scopre nel capitolo XVII dei "Promessi Sposi" e che è tuttavia
della memoria, nel ravvedersi, per averlo dimenticato. Quale
immagine figurale di un vero pittore non nasce da una "maturazione e
progettazione interiore"? Per un lombardo poi... Comunque, fu la
lapalissiana evidenza di
Calvesi, forse preoccupato di sortilegi naturalistici che avrebbero potuto
mischiargli le carte. Ma non sono le definizioni a contare, e Cazzaniga
non è naturalista, se è "naturale", non è nemmeno occupato a
dirsi dottore di immagini. Basta qualche volta rifarsi alla natura a patto
di averla - per ritrovare nella storia o nella stessa memoria l'istinto
che ci dica testimoni del nostro sguardo e del nostro vedere per la prima
volta. Basta, alla fine, essere poeti, per parola, per colore o per segno,
come Cazzaniga è, purché non sia una presunta grandezza a contare, ma la
qualità della voce. In
Cazzaniga è tenera voce, ma pura, sì da sfuggire tanto a Del Bon (non
conosco altro "chiarismo"), quanto alla crocchia morlottiana,
pur serbando del primo la tenerezza, il sottovoce, e persino il falsetto:
del secondo, la marcatura gestuale che è della sua sansuosa
approssimazione. Quanto al segno, Cazzaniga semmai si richiama per i suoi
cespi viminei, a raffica, a un certo Zigaina, per la veemenza interiettiva
propria di una natura che medita sulle sue metafore, speculando tra
somiglianza e singolarità, nel nome proprio d'ogni cosa e nel nome
"altro" che richiama. Ginestra quale deserto e scoperto e
manzoniana sodaglia, e umana sorte, e sole, e silenzio. Quanto
al colore, fiorito e illuminato dal di dentro, quasi acceso, Cazzaniga
gioca sulla sottigliezza avveduta a un limite d'estrema parsimonia, con
una pittura che si lascia persino poco qualificare dalla sostanza pur di
non concedere allo sperpero materico. Vuol cogliere il verso costruttivo
del segno quale prima istanza, quale perimetro e emergenza del colore, dal
basso in alto, qual è d'ogni cosa o forma accestita nell'evidenza della
sua ragion d'essere nel suo spunto d'esistere per visibilità. Il
rapporto tra "l'osservazione dall'alto", verticalità assiepata
che dal basso vive lo spunto, il rigoglio, l'evidenza - e l'abbandono
versatile e offerente del segno rovesciato nello scrimolo controluce,
sono, per l'opera incisa il modulo che consente a Cazzaniga di trarre
vigore dal suo patetismo. Incline a sospendere, a molleggiare l'arabesco
festoso dei rami, delle foglie, Cazzaniga moltiplica la veloce crescita
dei luminii bianchi e neri quali accento di pronuncia per le carnose
immagini che invoglia o per l'irresistibile fogliare e salire, degli
ulivi, dei cespi, dei germogli, dei butti. Queste "ginestre",
metafore di solitudine, di sole, di profumo ventoso e di pietra, di
radici, sono anche ginestre insistite a essere più giriestre, sì da
meritare la necessità di essere lì sul foglio, come sulla terra che ne
sembra sradicata nel "tenerle", ne) volerle tenere. È la
volontà poetica, mai intenzionale e "iper-realista", a
raggiungerle in questa penetrazione, in questa ultima affermazione di se
stesse. Quel che conta è il
luogo dove si nasce, dalla stessa storia che ha fatto memorabile, avverso
e amoroso per l'uomo, il tempo del creato: il tempo che ne dà misura, e
il tempo che ne dà solo latitudine e sgomento. Cazzaniga nel segno
decide, taglia corto con gli indugi, sembra, per contendere il
"più" dell'evidenza alla morbidità elusiva, silenziosa che
pure l'inquieta e gli strugge l'animo. È questo suo incontro indifeso con
i sentimenti e con la tradizione lombarda che gli consuma, glieli affina
nell'ironia dei contrasti e nella calma della ragione, a dargli la
naturalezza del pittore buono che ha nella convinta discrezione formale la
sua efficacia di sole povero, di ginestra attecchita al pendio, alla sua
china dolente. Che io scriva di Cazzaniga per la prima volta, non
significa che ci siamo incontrati per caso su questi fogli. Ci siamo
incontrati, da un tempo più antico, nei sentimenti e nella poesia che li
illumina, a mostrare che sui cespi bruciati e stravolti dal vento e dal
cammino degli spazi e degli astri, agli occhi del pastore errante, nasce
l'arido fiore del segno che tace di quanto grida, che cerca l'azzurro,
l'aria, per quanto fu sua, a tenerla, la terra che ama.
(1974) |
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