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ARTURO CARLO QUINTAVALLE
Cazzaniga
ha una lunga storia alle spalle, a partire dalla serie dei "Jazz
man" a fine anni '50, quando univa insieme le atmosfere sapienti
comuni anche a Chighine oppure ad Ajmone con una intensità di corrosioni,
di aggressioni alla "materia" degne di Giacometti come della
Richier. Ma il rapporto della
pennellata con lo spazio della pittura, quel tipo di traccia che per primo
nella pittura moderna sperimenta Monet e che poi De Stael scompone quasi a
dare al tutto una cadenza neocubista, quella pennellata che si attorce
attorno a una foglia e a un fiore e lo trasforma come una giapponese carta
dipinta, incide profondamente sul percorso ulteriore di Cazzaniga che,
negli avanzati anni Sessanta e poi a cavallo del decennio, riflette sul
far pittura e sul rapporto fra gesto e forme, fra gesto e immagine. Le
strade degli amici ora divergono, I.avagnino sottilmente punta su una
stratificata rilettura della pittura "del profondo", Della Torre
elabora il segno, come poi del resto Forgioli, e l'uno evoca Mirò e Klee,
l'altro è più sensibile agli echi delle sperimentazioni segniche anche
romane. Cazzaniga no, comincia adesso, intensamente, una meditazione sul
dipingere come meditazione del passato e come "azione" nel
presente. Mi spiego, Russoli ha parlato di Whistler, Giacometti, e Medardo
per certe suggestioni di figura e di paese, ma dentro alle immagini
Cazzaniga vuol trovare altro, prima di tutto una certa
"cattiveria" alla Sutherland che va indietro fino alle radici
jugend del grande pittore quindi un distacco come "sublime", una
visione come pacificata del "naturale" che ha come punto di
partenza Turner. In mezzo stanno opere che, in modo del tutto
superficiale, possono essere intese come "lombarde" e che invece
non sono né provinciali né marginali, sono semmai segno e frutto di una
lunga riflessione sulle radici europee della pittura moderna. Cazzaniga è
un figurativo oppure un neoinformale? Assurdo rispondere, le sue opere
sono quasi sempre da situare fra due poli, di violento, analitico scavo
del "reale" e di distaccata, sublimante contemplazione. Così,
certo al secondo genere di rappresentazione appartiene "Riviera del
Conero" ( 1971 ) con le grigie nubi, la ripa scura come d'ombra e un
primo piano di descritto fogliato. Sempre alla suggestione tutta
"inglese" del paesaggio, a Turner e forse anche a Constable
appartengono pezzi come "Riviera del Conero" ( 1971 ). Ma
quando il pittore si avvicina a un dettaglio, quando dipinge da presso,
allora l'immagine sembra quasi scomporsi, la pennellata si fa di tocco e
più vivace, incisa, quasi memore delle lunghe dimestichezze dell'artista
col bulino, e abbiamo allora la serie di pezzi intitolati
"Gelsomino" ( 1973) solo apparentemente postimpressionisti ed
invece profondamente legati alla ricerca di Sutherland come del resto
mostrano le "Riviere del Conero" del 1973, con spinati arbusti
in evidenza contro turneriane suggestioni di cielo. Acquerelli, appunto,
molte volte dipinti, molte volte meditati, e quindi anche qui, forse nella
"tecnica" potremmo vedere quasi una citazione del grande pittore
inglese delle "cosmiche" suggestioni del paesaggio. Basta del
resto analizzare quanto sia complesso il percorso di Cazzaniga quando
dipinge luoghi lontani, come Siena, che affaccia gialla come un paese
della "meseta" spagnola, oppure incombe come nera ombra contro
un violaceo cielo o, ancora, affaccia bassa, limite inferiore
dell'orizzonte, sotto uno spazio enorme, vastissimo, dilatato. Non
ingannino i titoli, pezzi come "Glicine" ( 1980) sono carichi
delle "cattiverie" del grande "Bestiario" di
Sutherland, con narrazioni intensissime dei possibili, magmatici orrori
del "naturale", sono segno di una vitalità che si comunica
anche alle "Ninfee" (1980/85) dove l'apparente citazione
monetiana diventa una momento di scoperta della crescita del vegetale,
ambigua, quasi perigliosa. Pezzi
come "Per un paesaggio" (1980/85), scavati e graffiti,
stratificati e più volte ripresi, parlano poi della "durata",
come conferma la serie degli acquarelli (ma anche dei dipinti) intitolati
"Interno", il muro alla Sutherland, la barriera di verzura con
dentro, quasi apparizioni, biancastre conchiglie fossili, chiocciole,
pietre, quel muro appare oltrechè una citazione e un "omaggio",
anche un punto di dialettico riferimento. Negli
acquarelli più recenti di Cazzaniga, fino al 1985, troviamo molte volte
come una soffusa atmosfera, come una volontà di raccontare per
trasparenze, per tonalità. Cazzaniga non dipinge oggetti ma sentimenti,
non dipinge fatti ma esperienze, e non dipinge luoghi, tantomeno la
Lombardia, visto che ovunque vada, dalle marche a Siena, dalla Bretagna
alla Liguria, ritrova sempre lo stesso simbolico paesaggio. Il diapason
dei suoi sentimenti lo cogli nelle tensioni di fronte al singolo oggetto,
al frammento, al cespuglio che si anima oppure alla conchiglia che non sai
se è fossile o vivente, così che lo spazio della sua ricerca sta
nell'evocazione, nella memoria che è insieme di luoghi, di sentimenti e
di oggetti. Che la conchiglia, famiglia, casa, madre, eterno ritorno alle
origini ed alla terra, sia una possibile chiave di lettura
"analitica"? Lascio la risposta agli specialisti ma è certo
che, in pittura, Cazzaniga è protagonista di un ritorno alle origini, di
un ritorno alle matrici, anche turneriane, ma non solo turneriane,
dell'arte moderna.
(1992)
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