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BORIS BROLLO
"Vedo
già / l'alba sorgere per me / porterà la speranza nel mio cuor/ che
sempre vuole te vicino/ per non più soffrir" ricordo questi versi a
memoria e quindi suscettibili di essere imprecisi in quanto testo di
un'unica canzone cantata in italiano da Chet Baker e di cui ne avevo
imparato a memoria il testo. Altre parole, se non ricordo male, erano
:" sogno sempre il tuo bel viso/ come fosse un paradiso/ scordo la
tristezza della vita" etc., probabilmente intendendo, al di là della
rima, paradiso come cielo e pertanto azzurro. D'altronde è cosi che
normalmente lo si pensa. Questo rimanda agli anni sessanta, anni in cui
Chet Baker è passato per l'Italia in Milano e poi fu arrestato e tradotto
alle carceri di Pisa per detenzione di droga. Allora fu uno scandalo e la
mia generazione di circa vent'anni più giovane ed amante del cool jazz ne
soffrì facendone cosi un mito per il proprio immaginario. Quando Chet
compose questa canzone in uno stentato ma dolce italiano comperai il 45
giri,come si usava allora. Nel tempo dovetti vendere i dischi ( long
playing) per comperarne altri e proseguire cosi nella mia educazione
musicale. Chet Baker lo rividi all'inizio degli anni novanta su un
servizio fotografico pubblicato su Art Forum. Era pieno di pieghe sul
viso,come un vecchio marinaio, ma sempre affascinante ed eroico con la sua
tromba d'oro poggiata sulle ginocchia. Mi ha sempre ricordato l'altro viso
"maledetto" del cinema americano: Jack Palance,
meravigliosamente pericoloso trasformato in pittore (non più quindi
gangster) in Bagdad Cafe. Giancarlo Cazzaniga conobbe e frequentò a
Milano Chet Baker; con lui è stato fotografato da Ugo Mulas. E' quindi
corretto supporre che egli amasse il Cool Jazz: il jazz freddo. I suoi
rapporti con Luporini e Gaber, come l'amicizia con Franco Cerri fa capire
che Milano negli anni `60 aveva una scuola musicale legata alla musica
jazz, come la pittura era allora legata ad un "realismo
esistenziale" simile a quello parigino degli anni `50. Insomma se
Parigi faceva ancora scuola Milano non gli era da meno. In questo contesto
crebbe la pittura di Giancarlo Cazzaniga e dei suoi Jazzman. Luci scure:
marron-bluastre e gialli fluorescenti innervati di scintille biancastre
come bagliori ne furono le note pittoriche e cromatiche, cavernose, come
il sax che egli ama dipingere con segno incisivo e nervoso. Si sente che
vengono dal ventre. E' una pittura di scherma, come quella di Hartung, qui
usata in maniera figurativo-espressionista. Ma dove la dolcezza cromatica
raggiunge i livelli più alti del Cool Jazz in Cazzaniga per mezzo di
colori freddi dalle intense tonalità verdi ed azzurre, quasi celesti,
cosi che il paradiso fa rima con viso, è là nei glicini; mentre le
ninfee sono di un verde brillante e squillante come nei piatti di ottone
della batteria, nei glicini Cazzaniga si rivela compositore finissimo. Non
vi è struttura. Non vi è impianto prospettico. Vi è solamente una
visione interiore dell'anima e della sua costruzione mnemonica vissuta nel
tempo e nello spazio. Tutto è leggero come per un astronauta che si libri
nell'atmosfera incolore e da lì vede la terra che è azzurra; così penso
a Giancarlo Cazzaniga quando dipinge o meglio quando compone un glicine.
Egli parte da dentro; da una visione ancestrale e a colpi di spatola o di
pennello vi aggiunge su fondo di un verde siderale delle note azzurre che
si rincorrono liberamente sino a strutturarsi in un qualcosa di informe al
quale la maestria innata dà composizione finale. Scontato qui il paragone
fra il cromatismo cezanniano ed il suo. Qui trattasi di struttura su
struttura. Colore su colore. Fioritura su fioritura. E memoria su memoria
va così lentamente costruendosi il quadro. Quasi una improvvisazione
ritmica di jazz. Ma sempre fredda e distaccata. Asegnica e glaciale.
Composizione data da riferimenti coloristici più che ritmici. Pittore
atomista il nostro, oserei dire, e non per effetto. E se questa cosa è
fatta bene perché smettere? Siccome nella musica quando sentiamo le
vecchie canzoni ci si commuove, così chiediamo all'artista di continuare
nel tentativo rinnovato di meravigliarci e di sorprenderci con nuove
emozioni.
(2001)
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