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CLAUDIO MALBERTI
In
anni come questi che stiamo vivendo, nei quali tutto si muove con una
rapidità sorprendente, nei quali gli eventi si succedono vorticosamente e
le idee, apparse sicure per decenni, si spezzano, e a volte si frantumano
in piccolissime briciole di pensiero; in anni come questi, nei quali si è
certi solo di ciò che è incerto, provvisorio, mutevole, è forse
opportuno approviggionarsi alle fonti di tempi passati. È
forse opportuno, se non addirittura necessario, succhiare linfa da momenti
storici nei quali un sentimento comune di popolo, grandi idee guida, vaste
speranze di rinnovamento (accompagnate anche da continui e crescenti,
anche se talvolta modesti, traguardi di successo) univano la società
intera in un grande sentimento comune di vita e di aspirazione incessante
verso un futuro migliore. In
quei momenti storici nessuno spazio per il pensiero scettico di un Pirrone
o di un Timone di Fliunte, così come nessun successo per movimenti di
pensiero tendenti al solipsismo autodistruttivo. Invece, un positivo
atteggiamento pragmatico (maturato dal pensiero dell'americano Dewey), una
fiducia totale nei propri mezzi logici e umani (e ciò pur con la presenza
di frange esistenzialistiche e di residui idealistici di nessuna
concludenza pratica). Oggi,
dopo una lunga parentesi di appannamento della volontà e delle idee (un
periodo che è coinciso con un allontanamento dell'interesse per la vita
pubblica, con un adagiarsi su posizioni di benessere, con uno stile di
vita povero di grandi sentimenti, di forti passioni e di fertili idee, uno
stile di vita sostanzialmente consumistico, superficiale, estremamente
banale, in una parola, televisivo), oggi, dicevo, si assiste a una sorta
di ritorno al passato, come a cercare le proprie radici, la qualità
perduta, l'impegno lasciato da parte per rincorrere i modesti piaceri di
una vita facile e senza mete. Ne
è segno la grande mostra americana (The Italian Metamorphosis, 1943-1968,
New York, Guggenheim Museum), sul mutamento sociale del nostro paese dagli
anni 40 a oggi. Ne è segno
anche la progressiva riscoperta del valore del lavoro e del sacrificio,
per anni considerati una condanna dalla quale sfuggire ad ogni occasione
possibile. Si assiste a una
rinascita imprenditoriale stile anni 40-50, nonostante che le condizioni
siano più difficili, gli ostacoli più grandi, la fatica maggiore. I miti
della grande fabbrica, del posto sicuro, del tempo libero sembrano sulla
via del tramonto. Si scopre che essi non sono altro che l'altra faccia di
una società troppo organizzata e massificata, conformista e a modo suo
totalitaria, e che il riscatto sociale sta solo in se stessi, nella
propria individualità, nella propria volontà di iniziativa. Anche
l'arte ha risentito e risente di queste grandi trasformazioni sociali. Dopo la sbornia dell'informale, dopo
l'epidemia del figurativo banalizzante dei petits maitres (e quanto petits!)
i cui nomi sono stati gonfiati solo da un vasto mercato di gonzi
arricchiti e ignoranti (altro effetto della massificazione della cultura e
del gusto), ecco che si ritorna a scoprire i valori autentici. L'attenzione
non è più focalizzata solo su "ciò che chiede il mercato":
vera e propria idiozia per spennare batterie di pseudo collezionisti-polli
di allevamento. Spuntano le individualità. Spuntano artisti con nomi e
cognomi anche sconosciuti ai più, ma nomi e cognomi con un curriculum di
professionalità di alto livello. Gente
che ha magari lavorato nell'ombra per anni, oscurati dai battages
mercantili dei più rinomati venditori di autentico nichilismo estetico. Molti degli pseudo
collezionisti-polli di allevamento, di cui abbiamo parlato, nell'ultimo
disperato tentativo di un recupero dei valori, hanno lasciato le loro
residue penne sulla parte più insignificante del mercato dell'ottocento e
ora sono nudi, rimpinzati fino al collo di tele, guaches, incisioni e
litografie (e in qualche caso si è visto quali litografie!) del tutto
privi di interesse per qualsiasi storia dell'arte, persino per una storia
dell'arte che si proponesse un profilo rasoterra. Il destino di quelle
opere non pub essere che un grande fuoco purificatore, nel quale immettere
non soltanto quelle tele, quelle guaches, quelle incisioni e quelle
litografie, ma financo i loro telai, i loro mercanti, i loro critici
imbonitori e tutti i mezzani che in un modo o nell'altro hanno contribuito
a diffondere il morbo che ha causato l'epidemia. C'è
quindi un risveglio dell'attenzione. C'è una rinascita del giudizio
indipendente (non eterodiretto), a volte anche opportunamente informato e
acculturato. C'è una più
attenta valutazione dei canoni estetici; una scelta più accurata sia
degli autori sia delle opere. Ecco perché allora incominciano a
riemergere artisti sui quali il mercato (quell'orribile mercato degli anni
settanta e ottanta soprattutto) aveva steso il velo opaco e impermeabile
dell'oblio. A Milano si
riscopre il realismo esistenziale. Se
ne fa una buona mostra alla Permanente, si studiano alcuni dei suoi
esponenti. Qualcuno tra questi assurge addirittura ai fasti della
celebrazione. È il caso di Ferroni, e in parte di Guerreschi. Ma anche
altri esponenti di quel gruppo (Romagnoni, Recalcati, Ceretti, Banchieri,
Bodini, Vaglieri, Aricò, Gasparini, Pietro e Dimitri Plescan, e altri),
riaccendono gli entusiasmi degli addetti ai lavori e dei cultori
dell'arte. È questo anche il
caso di Giancarlo Cazzaniga, oggi un maestro indiscusso, ma che già
all'età di 32 anni ebbe l'onore di avere opere esposte alla Biennale di
Venezia. Era l'anno 1962, trentatré
anni fa. E non in cattiva compagnia se accanto a lui quell'anno figuravano
artisti come Alberto Giacometti, Odilon Redon, Arshile Gorky, Mario Sironi,
Ennio Morlotti. A Venezia
Cazzaniga espose un ciclo di opere dedicato al jazz, gli stessi temi di
questa mostra milanese. Una mostra che è stata voluta non soltanto per un
doveroso omaggio a un artista
coerente e per molti aspetti straordinario, ma anche per far rivivere il
clima di quegli anni, la Milano di allora, i club notturni di quei primi
anni del dopoguerra. Anni nei quali accanto a tanto "laurà"
c'era pure lo spazio per passare una serata al Santa Tecla, all'Arethusa o
alla Taverna Messicana, in un'atmosfera un po' bohémienne, un po' Harlem,
un po' dissacrante e osé (tra un bi-bop e un blues, tra uno spogliarello
e un brano di cool jazz). Ed
erano serate nelle quali si faceva buona musica, ma soprattutto una musica
moderna, nuova, rivoluzionaria per una società che era stata costretta
all'autarchia anche culturale da vent'anni di regime fascista ed era
oppressa tuttora dal bigottismo democristiano. Della novità e della
peculiarità della pittura di Cazzaniga è sintomatico quello che scrisse
Mario De Micheli - il critico che più di ogni altro, forse, ha saputo
cogliere, quand'erano ancora in nuce, il valore e l'originalità di molti
artisti oggi famosi - nella presentazione per la XXXI Biennale d'Arte
Internazionale di Venezia nel 1962: "Cazzaniga, sin d'allora, rivela
la sua predilezione per il tema dei suonatori di jazz: il suonatore di
sassofono, di tromba, di piano o di batteria, il cantante davanti al
microfono. Nel giro di pochi
anni questi personaggi sono diventati i protagonisti della sua pittura,
dei suoi fogli a tempera, delle sue litografie, dei suoi disegni; sono
diventati quasi emblemi di una vita allucinata e fantomatica, eppure vera:
una vita immersa in fumosi spazi, dentro atmosfere grigie o neutre. Dentro a tali atmosfere, appunto, si
manifesta la presenza oggettiva delle forme, emerge un profilo, uno
scorcio, un volto, uno strumento. In genere il personaggio è sempre solo,
isolato, ed è concepito come un'apparizione subitanea in un vuoto senza
confini; è un personaggio che esce dall'ombra per un monologo di gesti e
di suoni, ma anche per tentare una comunicazione con gli altri . E
Cazzaniga è, credo, l'unico artista che abbia saputo cogliere questo
frammento di realtà (il jazz, i suoi interpreti, i suoi strumenti, oserei
dire i suoi suoni) e trasferirli sulla tela. Ma non con intento
passivamente illustrativo o documentale, bensì cercando di riscrivere in
un linguaggio bidimensionale e cromatico tutta l'inafferrabile varietà
dei movimenti e delle note di un suonatore di jazz. Un linguaggio
attraversato - scrisse allora Valsecchi - da "certe veloci lucentezze
in mezzo all'opaco spazio", un linguaggio dal quale "vengono
immagini di una drammatica consistenza che occupano di prepotenza la
memoria". Una ricerca, quella di Cazzaniga, che parte proprio da
quegli anni 50 e arriva fino ai giorni nostri, come fedele specchio di una
realtà circoscritta ma che è sempre rimasta, pur nei mutamenti delle
scuole e degli interpreti, fedele a se stessa: fare della buona musica,
fare della musica nuova. La stessa operazione che Cazzaniga ha fatto e fa
in pittura: fare della buona pittura, fare della pittura nuova. Sì,
nuova, perché Cazzaniga mi risulta essere l'unico vero interprete di
quegli anni del jazz in Italia. È l'unico che abbia sentito e tradotto
l'atmosfera, i gesti e i suoni di un'orchestra jazz.In questa splendida
opera non c'è nulla di creato con artificio intellettuale freddo e
calcolato. La sua è pittura costruita e meditata, certamente, ma poi
realizzata di getto, con estro, con grande sensualità espressiva. Il
definito e I'indefinito si mescolano in queste opere impercettibilmente,
dando vita a quadri senza iati e senza cesure. Lo scopo è riuscire a
rendere la musicalità, la luce e la non-luce di quegli ambienti (fumo,
rumore, parole), e, sopra ogni cosa, il librarsi delle note più ardite
che Cazzaniga esprime con guizzi vorticosi del pennello, nell'alternarsi
di bianchi, gialli e rosa, con bruni, marroni, blu e neri, in un maestoso
affresco barocco, che solo apparentemente sembra inestricabile ma che in
realtà è definito in ogni particolare, così come ogni particolare è
quadro a sé. È così che deve essere un vero quadro, come Longhi
suggeriva ai suoi allievi. Quadri che vanno in profondità, non mere
spalmate di colore sulla superficie. "Ci
fu un momento nell'opera del nostro pittore ha scritto ancora Valsecchi -
in cui l'esistente sembrava accadere e muoversi negli impasti informi di
una desolazione senza scampo, lemuri e larve più che uomini dentro le
fosse buie dei giorni spogliati di tutto: il tempo delle sue caves
esistenzialiste tra fumi di riflettori e luccicare di sassofoni. Non so se
fosse già un giudizio, ma certo era una testimonianza di squallide
condizioni umane, anche se all'invettiva di rivolta Cazzaniga dimostrava
di contrapporre una silenziosa capacità di sofferenza. Non era
rassegnazione, ma l'ostinata persuasione che il dolente silenzio riesca a
vincere anche la prepotente persecuzione dei potenti di ogni specie. Chi
ha sentito il canto di Billie Holiday, il piano di Lennie Tristano o la
tromba di Chet Baker, sa cosa voglio dire . Ma
oltre a Chet Baker - osservò in seguito Alberico Sala - Thelonious Monk,
Gerry Mulligan e John Levis con le sue trame esatte e finissime. E insieme
con loro la musica di altri grandi: Miles Davis, Charlie Parker, Dizzy
Gillespie, il Cool iazz e l'Hard hop, Louis Armstrong e l'intramontabile
Jazz tradizionale di New Orleans. E
gli interpreti italiani erano Gianni Basso, Oscar Valdambrini, Franco
Cerri, Enrico Intra, la cantante Lilian Terry (magistrale interprete di
Fever) e altri che si inserivano in un ambiente culturale ricco di
fermenti vivissimi, di contatti e valenze mondiali: in letteratura Sartre
e Camus, Robbe-Grillet, Michel Butor e la filosofia esistenzialista, fino
a Kerouac, del quale nel 1959, nella Medusa mondadoriana esce l'opera sua
più famosa: On the road. Nella critica: De Micheli, Testori, Russoli,
Kaisserlian, Mascherpa e altri. Le
figure dei suonatori dipinti da Cazzaniga sono coinvolte in un dinamismo
frenetico, che ricorda certi visi di Bacon e la grafica di Giacometti. Non
sono immagini illustrative, descrittive, ma intensamente pittoriche. Si
può capire che soprattutto negli anni cinquanta e primi sessanta questa
pittura così balenante, così sbattimentata (per dirla in termini
secenteschi) avesse un effetto dirompente sul gusto prevalente dell'epoca,
anche su quello all'avanguardia che pure aveva già dimestichezza con
Bacon e con il cubismo. Era una pittura fuori da schemi precostituiti, e
sicuramente innovativa nei temi e nella resa degli effetti finali. In
questi temi e in questo convulso e violento sbattimento pittorico, di
luci, ombre, gesti, suoni, rumori e improvvisi silenzi (come buchi neri
che si perdono nell'universo) stanno i valori profondi e durevoli di
questi quadri di Cazzaniga.
(1995)
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