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FRANCESCO BIAMONTI
Una
felicità tenera, quasi sempre nel mondo vegetale, dove la vita è
ripiegata in calma latenza. Si direbbe che la vita abbia paura ad
apparire. O che quando appare si copra di paura, s'impolveri di tormento.
Ma com'è che questo tormento stilla dolcezza, ha andamento sognante?
Fatto eminentemente psichico si libera tuttavia d'ogni residuo
psicologico? Si rifugia nelle cose per auto-interrogarsi e auto-sognarsi,
fino a diventare tesa e malinconica struttura o fantasma fondamentale.
Fantasma che permette alla vita di non franare nel silenzio assoluto o
nell'altra forma non meno rigida e annichilente ch'è il grido o il segno
ieratico. Lo stile lavora, lavora e fa uscire qualcosa dall'opacità e
dalla solitudine. Lo spessore si assottiglia, la materia evade come quando
un insetto, poniamo, un'immensa farfalla, dalle ali polverose, si
pietrifica; e le cose divengono intelaiatura di un
paesaggio spirituale, le cui caratteristiche sono una durata nella
malinconia, una penetrazione nell'angoscia e in un languido miraggio ch'è
il risultato della lunga contemplazione dell'angoscia e della malinconia.
Certe altre figure, specie quelle d'ordine umano, sono ironiche parvenze,
incorporee per lo stesso procedimento riduttivo a un'estasi angosciosa,
per una latenza di vita che si autoannienta. Il sogno vegetale ha più
potenza biologica di quello umano oggettivo. Di un'evidenza grandissima è
invece quello soggettivo, poiché Cazzaniga è pittore
lontano dalla sensazione del «dato». È
soggettivista a tal punto che le cose sembrano «dipinte al passato»,
organizzate secondo la rovina del tempo. L'essere vi si nega come essere,
vi si temporalizza per poter esistere e permettere alle cose del mondo
l'irradiamento di dolci ossessioni. Dopo
la coincidenza, nella ripiegata immaginazione artistica, d'essere, tempo e
nulla ( affinché vi sia esistenza occorre che l'essere si nullifichi
nella temporalità e per i
fini dell'essere l'esistente non
può che rendersi libero per la morte), molti pittori, legati al mondo
della vita, hanno fatto in modo che quest'ultima potesse dolcemente
sussistere pur contro l'ombra di una grande crisi. Restando in un normale
campo fenomenico e mondano, vietandosi un'incorporea trascendenza ed anche
il sotterraneo rifugio onirico, fatti avvertiti che la pittura è un'arte
per eccellenza mondana, hanno colto e fissato i colpi d'ombra nelle membra
di un antico paesaggio. Si
guardi in Cazzaniga l'indugio malinconico nella contemplazione del male di
vivere, la resa senza trasalimenti al fenomeno della tristezza e come
brani di mondo scendono inermi nel crepuscolo e come si specchia nei mali,
più che nelle risorse strutturali delle cose, il vagheggiamento
dell'autore. Né interrogazione intellettuale, né conflitto carnale fra
lui e le cose; ma un colloquio intimo, a bassa voce. Non è certo, egli,
un massacratore di riflessi, (attitudine di cui pare Baudelaire accusasse
Courbet). E perché egli rispetta i riflessi? Per i motivi che mi pare di
avere già detto: per assenza di ottimismo e per mancanza di fiducia nelle
forzature. Gettato a vivere in una situazione di crisi egli vi si
stabilizza e la rende intima. L'ex-sistentia
(esser fuori, sporgenza, emergenza) diviene insistentia (esser dentro,
presenza, intimità). Stillano
i suoi oggetti e i suoi paesaggi molti teneri mali risplendenti di albe
malinconiche e lasciano intuire che il destino che li attende è triste.
Indugiano dolcemente perché l'angelo che li ha visitati è un angelo di
nostalgia, ma vi si avviano altrettanto dolcemente perché Cazzaniga non
cerca né un loro triste fulgore irradiato nell'eternità del nulla, né
un'atavica tensione o durata di materia che li esponga a un naufragio su
mari ignoti. Quanti presentimenti,
tuttavia, nel loro andamento
di ondosa dolcezza! Sulla riduzione o spoliazione della realtà oggettiva,
sull'attenuazione del realismo s'inserisce un'immagine di tono basso, che
nella persistenza del suo apparire non valica mai certi confini spazio
temporali: una nebbia arida si stende a guisa di polvere, con potere
vagamente evocativo, formando un filo conduttore nei meandri di una
percezione tenera. A volte questa nebbia si dirada e, nel suo dissolversi,
ci lascia di fronte a una composizione triste e quasi funebre. Il puro
accadimento della tristezza rende nitide le cose, come capita a quei
«girasoli», che chinano il capo d'oro terreno nelle grandi foglie rugose
già colte dal languore della morte, e a quel «bosco» agitato e mosso
come da un vento inquieto in una cornice d'alba fredda di sgomento; le
rende nitide e ostacola il corso della nebbia intimamente conversante; la
riflessione intima, se resta, cala nelle cose stesse a rianimarne la
funebre immobilità isolata e lontana dalla cosmicità fluente. Nell'arte
contemporanea ci si imbatte, talvolta, in paesaggi privi di segni
simbolici e di esperimenti formali, di una fluidità che ha il potere di
ripetersi, di una libertà che nelle sue tappe si rassomiglia, al punto da
parere seriale ed ossessiva, ripetutamente del mondo senz'esser veristi, e
nella loro fuggevole insistenza non sono niente e vanno a morte per finire
e non più ritornare alla loro strana sorte. Nelle architetture eterne,
piene di screpolature, si è introdotto il tempo con le verità concrete
dell'istante passato, della finitudine e della nostalgia; È, l'arte
dell'irrazionalismo esistenziale e romantico. Anche l'opera di Cazzaniga
si affaccia alla notte dell'esistenza, ma accompagnata da una certa,
misurata luce lombarda. Sul suolo e contro il cielo, poche forme larvali,
che nessun vento desolato agita,
raccolte; ma che, nell'apparire, avvolte dal tono minore delle nebbie,
irradiano con malinconia la loro purezza precaria. La
visione intima ed esistenziale di Cazzaniga si concreta ora in spettacoli
naturali, ora in composizioni da lui predisposte fra le pareti dello
studio, ora in pittura, ora in incisione. Così
grande è nella sua opera il rispetto delle cose, ch'egli si direbbe, a
prima vista, uno di quegli artisti che credono all'immaginazione della
materia. Ma la materia non ha una immaginazione, ha mille immaginazioni,
cioè nessuna. Se c'è uno scrittore legato al caos materico, questi è
Faulkner; ma chi non ricorda le parole di una giovane donna viziosa alla
vista delle mani, forse torte in silenzio, della vecchia che le ha
strangolato la figlia: «Delle tue mani non si ricorderà che la
gentilezza", e che in un'altra pagina dello stesso autore compare
l'immagine di «ramoscelli di mandorlo» per giovani mani cariche di
corruzione. Si dirà che
Faulkner è un poeta... E i pittori che altro sono? Solo l'ossessione di
un orientamento verso la realtà può far parlare di un'immaginazione
della materia, e, in questo senso la formula è giustificata. Ma la
verità della pittura sta nel tradurre in operare fantastico una
sensibilità segreta Questa, pur muovendosi secondo degli «a priori», è
«agìta» dalla materia esterna, da cui resta tuttavia lontana. In questo
senso, Cazzaniga si muove secondo una tradizione lombarda, tradizione di
realismo, di rispetto antico della realtà, della realtà come tessuto
spirituale velato di. malinconia e di leggera ironia, risultato del
colloquio fra «l'uomo immaginante e la materia intesa anche come storia.
Potremmo dunque pur vedere in Cazzaniga un pittore dell'immaginazione
della materia, dopo aver precisato che per «immaginazione della
materia" s'intende l'immaginazione umana suscitata dal colloquio con
la materia. Come farebbero d'altronde, se così non fosse, i fortuiti
spettacoli naturali, in cui egli si imbatte, ad essere intessuti nella
stessa atmosfera degli «interni" da lui predisposti; e ad esser
retti gli uni e gli altri da una stessa visione in materici quadri e in
scarne incisioni, i cui solchi devono suggerire proprio uno scomparso
tessuto carnale? Nelle
incisioni si acutizza, rispetto ai quadri, la caratteristica nostalgia di
Cazzaniga poiché parte del mondo, che raccoglie i suoi affetti, sembra
calata in una implacabile clessidra notturna. Sospetto che questo sia un
poco il destino di tutte le incisioni se, come dice Bachelard, esse
rappresentano «l'improvvisa evidenza di un'astratta danza macabra». Di
scheletri, appunto, che, come le statue di Giacometti, vibrano di
nostalgia per tutti i loro sogni assenti. Ma forse le incisioni di
Cazzaniga sono solo un ipnotico rovesciamento della vita, ossessione del
mondo che svanisce: strani segni costretti ad evocare il gentile desiderio
della presenza del mondo facendone scintillare l'assenza.
(1970)
Questi ulivi serrati dal cielo, questi costoni cespugliosi, queste rive
distese sotto le rocce sono frammenti di un paesaggio a cui tendono le
forze della malinconia. Ricavati dai vagabondaggi che Cazzaniga compie
negli entroterra di Liguria e sulle rive dell'Atlantico hanno qualcosa di
fragile e di persistente: una materia assediata da tremori, da ansie, è
accarezzata da una luce sobria, da una nostalgia, da un desiderio così
discreto da non lasciar trasparire neppure la disperazione. Sono
visioni covate a lungo, coperte dai licheni del sogno, abbarbicate alla
terra e nel contempo agli occhi di chi le guarda. V'è una luce, un
argento mesto, che pare continuamente minacciato da un lampo di tenebra.
Cazzaniga lavora ai margini di una visione naturale, una visione che sta
per dissolversi o forse già dissolta e che si è ricostruita sotto veste
di fantasma. Ruggine su vecchie rocce, cenere su sabbie di lunghe spiagge,
interni di cortili su cui si
trasferisce una memori di cose (conchiglie, cespugli) dai toni c
madreperla, fanno ricomparire la stessa immaginazione prudente e
ossessiva. Si capisce che il pittore cerca il paesaggio esterno ed interiore
in cui far circolar una linfa silenziosa. Dopo la Lombardi e la Sicilia,
sono la Liguria e la Bretagna -la Liguria delle valli ossute, la Bretagna
delle coste rocciose e boschive - a prendere toni rarefatti e sospesi, i
toni di m paese precario in un flusso di insidie. Gli alberi che levano
sui dossi, sulle scarpate i loro rami nel cielo argentato, le scogliere
contro il mare schiacciate da un azzurro infinito, i fossili raccolti nei
cortili, sono i frammenti di un paesaggio ultimo che rabbrividisce sotto
un vento inquieto. V' é in
questo aggrapparsi alle cose, alla dolcissima tristezza della loro
apparizione, fra i segni insidiosi di ciò che le può distruggere, una scelta
solitaria e consapevole.
(1985)
Cazzaniga ha cominciato a dipingere ancora giovanissimo, immerso nella
poesia dimessa e nella faticosa esistenza del dopoguerra. Erano gli anni
in cui a Parigi si formava il gruppo che prese il nome di "L'homme
Temoin": un gruppo che evitava le ironie picassiane e i grandi
formalismi post-cubisti e cercava di riscoprire le cose in un senso
solitario e sperduto, in un malinconico lirismo. Erano anni in cui la
pittura si caricava di problematica morale e scopriva la forza poetica del
quotidiano. Come per Lorjou e
Rebeyrolle la sua idea della pittura è uno scarno realismo e una
sobrietà formale: realismo e sobrietà non alieni da improvvise
desolazioni e dolcezze. I suoi jazzmen sembrano sperduti in spazi
devastati, in una giacomettiana corrosione, dilacerati in una musica
visiva contro un muro che pare un cielo grigio. Poi egli ha preso a viaggiare per
l'Europa,'portando dappertutto uno sguardo piagato e lirico e un residuo
di memoria. E dappertutto s'è attenuto all'umiltà delle cose: una rosa
coricata, un glicine vitale; ed è tornato in modo ricorrente ai suoi
"cortili", affascinato dagli oggetti più disparati e forse da
fantasmi, da ricordi puri. Ha visitato la Provenza, la Liguria
ventosa, le coste della Bretagna con le "nature morte" di
conchiglie. Ha dipinto una Siena erosa in una apparizione atmosferica, le
austere montagne della Valtellina, la Cala D'Arconte in una luce assorta,
il Conero, una Bordighera spoglia. V'è un suo quadro che rappresenta un
cielo chiaro su un bucranio: una dolcezza su un relitto di morte che invia
lampi di nostalgia; un altro rappresenta una bassa marea, un mare che se
ne và. Vien fatto di
pensare a un'immaginazione della
materia, immaginazione che s avvicina o s'inscrive nel clima di La terre e
les réveries du repos di Bachelard. Ma il volto della terra s'addensa e
si rarefa, per questo egli dà l'impressione di partire di continuo da una
macchia informe e di giungere alla precisione a furia di umiltà. Pittore di un appello segreto,
nascosto dalla realtà che ci circonda? Tutto è eroso dalla memoria, dal
tempo. Una finestra aperta, con pochi oggetti e macchie, basta ad
affascinarlo. Lontano da ogni avventura effimera,
ha nel lavoro una fiducia sofferta e opera con la buona fede e la fedeltà
di un "petit maître". Ogni tappa della sua pittura è di una esistenzialità positiva, un tentativo di rimediare al nulla che insidia
la realtà e spesso s'affaccia sotto le sembianze della malinconia. Le
cose tendono a dissolversi nell'atmosfera, ma lasciandovi un messaggio di
vitalità. In una valle ligure, ancora marina
ma già incassata fra le montagne, le ginestre emergono nella sera che
sale rapida dal fondovalle già scuro alle più alte terrazze. Su un
picco, un ciuffo luminoso di lentischi si protende sulle ombre del
torrente. Serpeggia spesso nelle tele di
Cazzaniga un incrocio di forze, contrastanti, un'attrazione di luoghi e
ore ambigue. Nei quadri di Bretagna il mare erode l'altopiano armoricano e
forma delle anse; è un mare calmo che quando si ritira lascia polvere di
scogli e brulichii ardenti (alghe, conchiglie) su sabbie dolcissime.
(1985) |
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