Giancarlo Cazzaniga
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FRANCO RUSSOLI


Che etichetta vogliamo dare a questi bei quadri intensi e suadenti di Cazzaniga: pittura di testimonianza, immagini d'ambiente, intimismo inquieto? Non sarebbero etichette di moda, nonostante l'attualità di ogni proposta neo-realistica e neo-figurativa. Il fatto è che Cazzaniga non fa pittura da inserirsi in uno dei tanti «revival», né propone poetiche che possano essere citate e acutamente illustrate dai soliti dottori della «new-immage» o delle «realités nouvelles», audaci banditori di denunce e accuse contro la società dei persuasori occulti e degli alienati. Lavora invece da anni ad una sua patetica e vivace cronaca, tradizionale e senza problemi, di costumi e di ambienti che ama, che frequenta, che coscientemente e colpevolmente subisce. Vive nel mondo piccolo e antico delle emozioni e delle sensazioni (ancora una riedizione aggiornata dei Moulins de la Galette, delle «coulisses» e ribalte, degli «ateliers» col nudo; è mai possibile?) e soltanto vi introduce quel senso di tenera angoscia, già sopita nell'abbandono esistenziale, che aiuta l'individuo moderno, con l'autocompassione della solitudine, a vivere magari un po' edonisticamente. Non è certo la prima volta che confesso di amare anche quest'arte che segue principi espressivi romantici, che innova non tanto la forma quanto l'oggetto della raffigurazione, o meglio l'occasione ispiratrice, e che, naturalmente, non vuole nemmeno porsi in gara con le nuove istanze. Sulla linea di un sottile accordo tra passato e presente (dove si trova quasi sutura tra Whistler, e Medardo Rosso e Giacometti, orribile dictu!), Cazzaniga opera in un clima di quadri d'atmosfera, di evocazioni sentimentali. Non ricerca tanto una definizione caratterizzante della realtà di oggetti e personaggi, quanto un «clima» d'ambienti, uno stato d'animo che prende immagine nel rapporto balenante tra lo spazio luminoso e le presenze in esso affioranti. Le sensazioni rilevate dal suo grigio morbido e unitario che si addensa improvviso in tenere dolcezze di bruni e di rosa, o si lacera in «acuti» di bianco e di nero, struggenti e inquieti, sono come trascrizioni allusive di riflessi psicologici più che vere e proprie impressioni visive. È il lato intimista, evocativo, che prevale sulla resa ottica e naturalistica, e che testimonia infine della attualissima situazione, soggettiva, in cui si pone il pittore nel suo colloquio con l'ambiente. Qui è il punto di rottura e di superamento della zona, diciamo pure ottocentesca, dell'impressione romantico-decadente: in queste immagini si appunta, affiora in una lucidità da «flash», il particolare aspetto di una cosa, di una persona, subito risommerse nella spessa atmosfera ambientale. La coscienza è ridestata solo per attimi alla nozione di altre presenze, da gesti, da suoni, fasci di luce: rare oasi in cui si trovano altri compagni che si abbandonano all'oppio della stessa solitudine. Ed ora soltanto, a questa chiarificazione psicologica, sarà da farsi il richiamo alla condizione ideale dell'ascoltare di jazz, e si vedrà che è ben altra, e più dolente cosa, del richiamo letterario e aneddottico della tematica illustrativa. Gli antichi termini della pittura sono rispettati da Cazzaniga: ma dentro quei confini ha portato una nuova dolcissima e desolata nozione della vita.
(1963)

Sul Conero, vicino ad Ancona, la luce è forte, pulita, come spazzata da un vento leggero e insistente; rimbalza dall'Adriatico sui sassi bianchi, accende il verde di una vegetazione aspra e bassa - l'ultima vegetazione di questa costa; i colori hanno una intensità strana, una intensità greca, mediterranea. Qua Giancarlo Cazzaniga ha scoperto una natura diversa da quella alla quale ci aveva abituato con i suoi quadri che erano sempre soffusi da una tonalità nera, felpata, densa, squillanti ogni tanto come degli acuti dei jazzisti che tanto amava. I suoi primi quadri, forse non i primissimi - ricordo - erano appunto come una trascrizione in colori e in toni dei timbri della musica jazz. I suoi suonatori, i suoi batteristi, soffocati dal fumo di interni notturni, erano immersi in una luce chiusa e bassa e c'era come una rispondenza tra quella luce e le dolcezze della luce lombarda, quella che si riflette lenta sui laghi. Queste luci Cazzaniga le ha sempre amate, la ha sempre trasposte in una sorta di musicalità sommersa. Ricordo, dopo gli interni dei night club, gli interni del suo studio nel quale ancora sembravano risuonare e vibrare quelle tonalità musicali, ricordo i fiori, i fiori un po' appassiti, leggeri, che pendevano già da delle balze o dai tavoli. In questa atmosfera incantata egli cercava degli oggetti, delle tracce di una natura, che rispondesse sempre al suo stato d'animo. Ora questi ossi di seppia, questi ciottoli calcinati sono come improvvisamente bruciati dai cespugli che si accendono di giallo, di lilla contro l'azzurro del cielo. Il colore di Cazzaniga è diventato più potente e più risonante, i suoi ultimi pastelli, i suoi oli, le sue tempere continuano a essere la trascrizione, la metamorfosi di uno stato d'animo ma in una tonalità diversa, in una accensione diversa dal sentimento: e il quadro si illumina, si riscalda, diventa qualche cosa come una leggera fiammata sfrigolante, l'accensione di una emozione diretta, a contatto con la natura. Cazzaniga, in fondo, rispecchia in questo la natura lombarda, rispecchia quel suo sentimento profondamente intimo e calmo e lento di qualche cosa che cresce nell'immagine a contatto con lo spettacolo naturale. Le sedie, i fiori, gli ossi di seppia, gli oggetti lasciati dalla marea diventano non delle nature morte, ma veramente dei trofeini, dei piccoli e incantevoli messaggi di un occhio profondamente ingenuo e profondamente patetico che si illumina, che gioisce e che rispecchia quello che il mondo, il paesaggio, la vita di ogni giorno comunicano al pittore. Dall'azzurro del cielo improvvisamente avanza l'azzurro del mare: sono due tonalità uniche e ben distinte. Queste fioriture di una flora che ancora vive nel nostro Mediterraneo, non si sa se vengono dal cielo o dal mare, sono poggiate su un parapetto, su qualcosa che Cazzaniga trova accanto a sé: e improvvisamente vengono come abbandonate dalla marea del sentimento e nello stesso tempo poggiano sull'azzurro del cielo e spuntano, emergono dalla calma e intensissima distesa dell'Adriatico. Tagliati dall'azzurro del cielo, sopra dei grigi teneri, entro delle ocre e dei lilla sottili, questi residui di un mondo mediterraneo riacquistano una attualità di sentimento che pare sempre nuova. Questo credo sia la grazia speciale di uno degli ultimi veri pittori di una tradizione lombarda.
(1969)

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