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FRANCO RUSSOLI
Che etichetta vogliamo dare a questi bei
quadri intensi e suadenti di Cazzaniga: pittura di testimonianza, immagini
d'ambiente, intimismo inquieto? Non sarebbero etichette di moda, nonostante
l'attualità di ogni proposta neo-realistica e neo-figurativa. Il fatto è che
Cazzaniga non fa pittura da inserirsi in uno dei tanti «revival», né propone
poetiche che possano essere citate e acutamente illustrate dai soliti
dottori della «new-immage» o delle «realités nouvelles», audaci banditori di
denunce e accuse contro la società dei persuasori occulti e degli
alienati. Lavora invece da anni ad una sua patetica e vivace cronaca,
tradizionale e senza problemi, di costumi e di ambienti che ama, che
frequenta, che coscientemente e colpevolmente subisce. Vive nel mondo
piccolo e antico delle emozioni e delle sensazioni (ancora una riedizione
aggiornata dei Moulins de la Galette, delle «coulisses» e ribalte, degli
«ateliers» col nudo; è mai possibile?) e soltanto vi introduce quel
senso di tenera angoscia, già sopita nell'abbandono esistenziale, che
aiuta l'individuo moderno, con l'autocompassione della solitudine, a
vivere magari un po' edonisticamente. Non
è certo la prima volta che confesso di amare anche quest'arte che segue
principi espressivi romantici, che innova non tanto la forma quanto
l'oggetto della raffigurazione, o meglio l'occasione ispiratrice, e che,
naturalmente, non vuole nemmeno porsi in gara con le nuove istanze. Sulla
linea di un sottile accordo tra passato e presente (dove si trova quasi
sutura tra Whistler, e Medardo Rosso e Giacometti, orribile dictu!),
Cazzaniga opera in un clima di quadri d'atmosfera, di evocazioni
sentimentali. Non ricerca
tanto una definizione caratterizzante della realtà di oggetti e
personaggi, quanto un «clima» d'ambienti, uno stato d'animo che prende
immagine nel rapporto balenante tra lo spazio luminoso e le presenze in
esso affioranti. Le
sensazioni rilevate dal suo grigio morbido e unitario che si addensa
improvviso in tenere dolcezze di bruni e di rosa, o si lacera in «acuti»
di bianco e di nero, struggenti e inquieti, sono come trascrizioni
allusive di riflessi psicologici più che vere e proprie impressioni
visive. È il lato intimista, evocativo, che prevale sulla resa ottica e
naturalistica, e che testimonia infine della attualissima situazione,
soggettiva, in cui si pone il pittore nel suo colloquio con l'ambiente.
Qui è il punto di rottura e di superamento della zona, diciamo pure
ottocentesca, dell'impressione romantico-decadente: in queste immagini si
appunta, affiora in una lucidità da «flash», il particolare aspetto di
una cosa, di una persona, subito risommerse nella spessa atmosfera
ambientale. La coscienza è ridestata solo per attimi alla nozione di
altre presenze, da gesti, da suoni, fasci di luce: rare oasi in cui si
trovano altri compagni che si abbandonano all'oppio della stessa
solitudine. Ed ora soltanto, a questa chiarificazione psicologica, sarà
da farsi il richiamo alla condizione ideale dell'ascoltare di jazz, e si
vedrà che è ben altra, e più dolente cosa, del richiamo letterario e aneddottico della tematica illustrativa. Gli antichi termini della pittura
sono rispettati da Cazzaniga: ma dentro quei confini ha portato una nuova
dolcissima e desolata nozione della vita.
(1963)
Sul Conero, vicino ad Ancona, la luce è forte, pulita, come spazzata
da un vento leggero e insistente; rimbalza dall'Adriatico sui sassi
bianchi, accende il verde di una vegetazione aspra e bassa - l'ultima
vegetazione di questa costa; i colori hanno una intensità strana, una
intensità greca, mediterranea. Qua
Giancarlo Cazzaniga ha scoperto una natura diversa da quella alla quale ci
aveva abituato con i suoi quadri che erano sempre soffusi da una tonalità
nera, felpata, densa, squillanti ogni tanto come degli acuti dei jazzisti
che tanto amava. I suoi primi
quadri, forse non i primissimi - ricordo - erano appunto come una
trascrizione in colori e in toni dei timbri della musica jazz. I suoi
suonatori, i suoi batteristi, soffocati dal fumo di interni notturni,
erano immersi in una luce chiusa e bassa e c'era come una rispondenza tra
quella luce e le dolcezze della luce lombarda, quella che si riflette
lenta sui laghi. Queste luci
Cazzaniga le ha sempre amate, la ha sempre trasposte in una sorta di
musicalità sommersa. Ricordo, dopo gli interni dei night club, gli
interni del suo studio nel quale ancora sembravano risuonare e vibrare
quelle tonalità musicali, ricordo i fiori, i fiori un po' appassiti,
leggeri, che pendevano già da delle balze o dai tavoli. In
questa atmosfera incantata egli cercava degli oggetti, delle tracce di una
natura, che rispondesse sempre al suo stato d'animo. Ora questi ossi di
seppia, questi ciottoli
calcinati sono come improvvisamente bruciati dai cespugli che si accendono
di giallo, di lilla contro l'azzurro del cielo. Il
colore di Cazzaniga è diventato più potente e più risonante, i suoi
ultimi pastelli, i suoi oli, le sue tempere continuano a essere la
trascrizione, la metamorfosi di uno stato d'animo ma in una tonalità
diversa, in una accensione diversa dal sentimento: e il quadro si
illumina, si riscalda, diventa qualche cosa come una leggera fiammata
sfrigolante, l'accensione di una emozione diretta, a contatto con la
natura. Cazzaniga, in fondo, rispecchia in questo la natura lombarda,
rispecchia quel suo sentimento profondamente intimo e calmo e lento di
qualche cosa che cresce nell'immagine a contatto con lo spettacolo
naturale. Le sedie, i fiori, gli ossi di seppia, gli oggetti lasciati
dalla marea diventano non delle nature morte, ma veramente dei trofeini,
dei piccoli e incantevoli messaggi di un occhio profondamente ingenuo e
profondamente patetico che si illumina, che gioisce e che rispecchia
quello che il mondo, il paesaggio, la vita di ogni giorno comunicano al
pittore. Dall'azzurro del cielo improvvisamente avanza l'azzurro del mare:
sono due tonalità uniche e ben distinte. Queste fioriture di una flora
che ancora vive nel nostro Mediterraneo, non si sa se vengono dal cielo o
dal mare, sono poggiate su un parapetto, su qualcosa che Cazzaniga trova
accanto a sé: e improvvisamente vengono come abbandonate dalla marea del
sentimento e nello stesso tempo poggiano sull'azzurro del cielo e
spuntano, emergono dalla calma e intensissima distesa dell'Adriatico. Tagliati dall'azzurro del cielo,
sopra dei grigi teneri, entro delle ocre e dei lilla sottili, questi
residui di un mondo mediterraneo riacquistano una attualità di sentimento
che pare sempre nuova. Questo credo sia la grazia speciale di uno degli
ultimi veri pittori di una tradizione lombarda.
(1969) |
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