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GIOVANNI CERRI
Al suo apice, la fervente disputa tra astrazione e figurazione caratterizzava le discussioni pubbliche e private fra intellettuali, letterati e artisti. Le sinergie e le amicizie nascevano in modo autentico, con la consapevolezza che l’unione degli intenti era alla base di qualsiasi ricerca. Naturalmente, poi, ognuno cercava la propria identità. Così, tra gli “spaziali”, i “nucleari”, gli “informali”, e gli “astratti”, verso la metà degli anni ’50, alcuni artisti (Ferroni, Bodini, Guerreschi, Banchieri, Romagnoni, Vaglieri, Francese, Dimitri e Pietro Plescan per citare i più noti) iniziarono ad esprimere la realtà attraverso una nuova figurazione, incentrata prevalentemente sull’ambiente urbano colto nei suoi aspetti più drammatici, struggenti, notturni. Nati intorno ai primi anni ’30, questi giovani artisti, definiti successivamente Realisti Esistenziali, si distinguevano dalla generazione precedente (quella di Guttuso, per intenderci) per la deliberata scelta di non incorrere in schieramenti ideologici militanti. Già nell’individuare le fonti di ispirazione (la città, la solitudine, il disagio, i drammi umani) e, soprattutto, nel modo di affrontarle si notavano le sostanziali differenze. I temi principali ruotavano ancora intorno all’uomo e alle sue problematiche, ma ora non più gridate, rivendicate; piuttosto sentite, filtrate attraverso la resa pittorica di atmosfere dolenti, dove tutto era parte del dramma. Non dimentichiamoci che nel 1956 accadevano i tragici fatti d’Ungheria e questi eventi, a maggior ragione per gli artisti del realismo critico, lasciavano inevitabilmente il segno. Cazzaniga e i suoi compagni di viaggio vedevano in Bacon, in Giacometti, ma anche in Beckett, Sartre, Camus e in tutto il pensiero esistenzialista i “maestri spirituali” ai quali fare riferimento. E con l’arte, la poesia, la letteratura, la filosofia e il teatro non poteva mancare la musica. La nuova musica di oltreoceano, il jazz appunto, sbarcato in Italia alla fine del conflitto, diventerà per Cazzaniga il filo conduttore di tutto il suo lungo cammino artistico, fino ai giorni nostri. Il jazz e, di conseguenza, i suoi leggendari interpreti: Chet Baker, Gerry Mulligan, John Levis, Dizzy Gillespie per citare i musicisti a lui più cari. Ma potremmo aggiungere anche Miles Davis, Charlie Parker e gli italiani Franco Cerri ed Enrico Intra. Il jazz e i locali dove lo si suona in quel periodo: il Santa Tecla, l’Arethusa, la Taverna Messicana. Questa introduzione è necessaria per meglio comprendere il “clima” in cui Cazzaniga si è formato; autore che però ha saputo e sa trasmettere emozioni al di là della collocazione storica riferita a quell’epoca. I jazz-men, queste presenze musicanti che affiorano da secentesche oscurità, hanno percorso il tempo, confermando la coerenza di Cazzaniga e la sua capacità di reinventare un tema, mantenendo un’invidiabile qualità di pittura. Questi personaggi prendevano forma sulla tela e sulla carta più di cinquant’anni f, vivevano gli anni fecondi di un rinnovamento sociale e culturale, sopportavano il boom economico, resistevano ai clangori del ’68 e agli anni bui del terrorismo, conoscevano l’edonismo della Milano “da bere” e infine erano testimoni della crisi morale e istituzionale del decennio scorso; crisi dell’Occidente, forse, che oggi vediamo conclamata negli ultimi tragici eventi di New York e Washington. In questi tristi giorni, che speriamo siano utili, se non altro, a farci scoprire i veri valori della vita e della ricerca, sembra ancora più doveroso sottolineare la qualità artistica di queste opere, ispirate da una musica non facile, mai scontata e superficialmente gradevole, sempre vibrante anche nei suoi momenti di imperscrutabile silenzio. Una musicalità espressa dal segno neervoso, dinamico e graffiante, che ancora oggi con impeto fende l’aria densa, intrisa e gravida di umori dei locali notturni evocati dall’autore in alcuni lavori. Una pittura, la sua, da vedere ed ascoltare. Qui, del jazz, noi ne percepiamo i suoni, i silenzi, le dissonanze, le voci…così come siamo colpiti dagli improvvisi lampi e dai baluginanti lucori, traduzioni paritetiche dello sfavillio metallico degli strumenti. Sono composizioni serrate, essenziali, nelle quali rivestono importanza le omogenee cromie degli sfondi; ombrose e brune campiture, sapientemente stese sulla tramatura della tela, impressa ma non soffocata, partecipe anche’essa alla vita del quadro. In quei brani di pittura silente, in quelle pause di ampio respiro generosamente riservateci da Cazzaniga, forse, troviamo il valore intrinseco più vero della sua opera. Lì, tra un concitato assolo e un momento di quiete, sta la sua profonda umanità. Un’umanità rappresentata quasi teatralmente, nel modo di porgerci la figura come spettrale apparizione illuminata centralmente da un fascio di luce. Ma, occorre precisare, non si tratta di una messa in scena riconducibile a Bacon – nelle cuoi opere il realismo diviene spietato, allucinato e violento - e nemmeno, per menzionare un autore di teatro, ad Artaud, al quale preme il coinvolgimento diretto dello spettatore in una ritualità autopunitiva, crudele e psicodrammatica, con valenze dolorosamente espiatorie. Il linguaggio di Cazzaniga è tutt’altro che aggressivo; il suo segno, è vero, scava, incide, scuote e analizza il corpo nei gesti e nelle posture, ma per esplorarlo negli intimi segreti, senza ferirlo o mutilarlo moralmente. Traspare, infatti, uno spirito di fraterna accoglienza dagli sguardi e dai volti delle figure, solcate e consunte nelle fattezze; viventi simulacri del disagio e del patimento. In tal senso Cazzaniga è un autore radicalmente italiano; un artista che unisce, in un ideale connubio, la sofferta precarietà del presente con la grande tradizione del nostro sei-settecento. Questa è la poetica visione che Cazzaniga, giovane settantenne, insegue e ottiene con la sua pittura. |
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| mariopalmieri@giancarlocazzaniga.it | ||||||||||||||||||||||||||||||