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GUIDO VERGANI
Non c'era il
Giamaica nella Milano che il ragazzine Giancarlo Cazzaniga ritrovava dopo
quasi due anni di Germania, al seguito del padre, "libero lavoratore" - è un
eufemismo perché non c'era nulla di libero sotto il nazismo - in una
fabbrica di spolette a Nekarsulm. C'era, ma si chiamava "Ponte di Brera"
perché alle sue spalle il Naviglio, sino all'inizio degli anni Trenta,
lasciava il "tombone", passava sotto un ponticello ed entrava nella cerchia.
Giulio Confalonieri, il musicologo, lo studioso di Cherubini, che a quei
tavoli s'accaniva in imprecanti partite di scopone scientifico, non lo aveva
ancora ribattezzato.
La leggenda metropolitana racconta che era inverno, che doveva esserci un
freddo umido, nebbioso e che Gonfalonieri, guardò fuori dai vetri della
porta e, per contrasto, inquadrando la "scighera", ebbe miraggi da etichette
delle bottiglie di rhum, parlò di sole, di palmizi, di spiagge caraibiche,
evocò Giamaica e da allora la piastrellata mescita di via Brera ebbe quella
insegna. Ma Luigi, il figlio, recentemente l'ha smentita: «Per un certo
tempo, mio padre frequentò esclusivamente il caffè della Titta, all'angolo
con Fiori Chiari. Un bei giorno, decise di cambiare. Il bar di Lina Mainini
era frequentato da muratori, falegnami e vecchie puttane in disarmo.
Dissi a mio padre che quel posto assomigliava alla Taverna della Giamaica,
film di Hitchock che avevamo visto insieme qualche giorno prima. Se si pensa
che, nel film, la Taverna della Giamaica è situata sulle coste nebbiose
della Cornovaglia, è sbagliato associare quel battesimo d'insegna al sole e
alle ragazze dei Caraibi». Caraibi o Cornovaglia, quel bar-latteria non era
ancora il "Giamaica", quando i Cazzaniga rimisero piede in Italia, a Monza,
a Milano. Ne era ancora un punto cardinale nella geografia dell'arte,
dell'intelligenza, della bohème milanese che, fra le due guerra, aveva
trovato altri approdi: Bagutta, il Savini, il Caffè Craja in piazzetta
Filodrammatici, Le tre Marie in corso Vittorio Emanuele. Soltanto nel 1946,
Brera, che era stata il proscenio della scapigliatura ottocentesca, tomo a
fare da sfondo alle vicende dell'arte, alle avventure disperate e felici, al
vivere di pittori, fotografi, scrittori, aspiranti registi, scultori,
letterati risucchiati dal gorgo delle case editrici, belle ragazze,
sbandati. In mezzo a Brera, il Giamaica divenne "il luogo". Questo avvio del
"Ponte di Brera" verso il suo destino, come Giamaica, di crocevia di
un'intera generazione di artisti, una sorta di Flore, di Deux Magot, era di
là da venire, quando il quindicenne Giancarlo Cazzaniga rivide Milano.
«I miei», racconta, « erano operai a Monza. Mia madre era nella tessitura.
Papa era cappellaio, un "sciur capelè", lo chiamavano così perché chi sapeva
trattare il feltro aveva molto lavoro e guadagnava di più. Poi, nel 1930, le
industrie entrarono in crisi e cominciarono a lasciare a casa la mano
d'opera. Papa rimase disoccupato per molti anni. Poi, nel '38 trovò lavoro
all'Esemberger, una fabbrica di accumulatori, a patto di emigrare in
Germania. Venne la guerra. Nel '43, dopo l'8 settembre, riuscì a tornare ma
lo "rimpacchettarono". Mia madre ed io, che avevo 13 anni, gli andammo
dietro. Mio fratello rimase a Monza con i nonni. Finimmo a Nekarsulm, vicino
a Stoccarda. Ero arrabbiatissimo. Avevo dovuto lasciare l'Istituto d'Arte di
Monza che frequentavo alla sera. Non è che, ne alle elementari ne più tardi,
io sia stato uno sgobbone, uno che studiava bene. Anzi. Ma ero stato felice
in quelle aule, a disegnare, a copiare dal vero. Era il mio pallino. Parlare
di vocazione è troppo pomposo. So che, sin da bambino, il disegno era lo
sola cosa che riuscisse a tenermi a tavolino, a non essermi di peso. Avevo
dovuto lasciare tutto. Ci ritrovammo in una baracca di legno. Di fronte,
ricordo, c'era una fabbrica Fiat Nsu che costruiva motocarrozzette
cingolate, credo per il fronte russo. Noi lavoravamo in una fabbrica di
pistoni.
Sì, anch'io. Facevo il manovale. Durò un anno. Nekarsulm fu bombardata,
sbriciolata e bruciata. Spostarono i capannoni in una cittadina vicina,
Heilbron. Un pomeriggio dell'agosto '44, piovve fosforo, piovvero migliaia
di spezzoni incendiali. Quando uscii dallo scantinato che ci protesse, non
c'era più niente. Bruciava tutto. Ho attraversato il parco. Era giorno e
sembrava notte. Vidi delle figure, delle sagome abbracciate. Gli passai
accanto e svanirono in cenere. Erano uomini e donne "cremati" dal fosforo.
«Fummo trasferiti a Villsbak. Nel '45 scappammo a piedi, camminando di notte
per evitare di essere presi di mira dagli uni e dagli altri, dai tedeschi e
dagli alleati che avanzavano. Siamo arrivati a Monza il 23 aprile, due
giorni
prima della Liberazione. Mi parcheggiarono dal nonno, un bei tipo e un gran
bevitore. Figlio di un lavorante della Villa Reale, aveva visto il principe
ereditario, il futuro Vittorio Emanuele III, gettare sadicamente dalla
carrozza, ai bambini che lo applaudivano, non caramelle ma cartoccetti di
sale. Era il '45. Il casino era totale. Che fare? Il pittore. Mio padre, che
prendeva la vita sempre positivamente, sempre con il sorriso, non trasecolò.
Mi disse che ero libero di tentare e che gli dispiaceva di non potermi
aiutare. Dovevo arrangiarmi. Lo feci. Per campare, disegnavo per Cova
pupazzetti colorati sui mobili per bambini. I proprietari furono gentili.
Quando, nel 1959, feci la mia prima "personale" alla Galleria Bergamini,
divennero miei collezionisti. Cominciai a muovermi nell'ambiente. Feci la
prima amicizia, Aurelio Sioli, che, arrestato e deportato come comunista,
aveva protetto, insieme a Germano Facetti, compagno di fede e di
clandestinità, il vecchio Aldo Carpi in campo di concentramento, a Mathausen.
Abitavamo nello stesso rione di Monza. Era poeta, critico d'arte e
giornalista. Fu lui a portarmi alla tavola delle Pirovini che, in via Fiori
Chiari, hanno sfamato eserciti di artisti squattrinati, di
"promesse». Le sorelle Pirovini erano due, secondo alcuni beneficati dal
"mettetelo in conto" o, come si diceva in milanese, dal "segnare a
libretto": cuoca l'una e cameriera l'altra. Cazzaniga ne ricorda tre, più un
aiutante sciancato che forse era fratello delle "padrone". Tutti i "breriani",
però, concordano sulla bonomia alla cassa delle sorelle e sul loro fervore
religioso, soprattutto Beniamino Kodra, pittore albanese che, mussulmano,
saldò un chilometrico conto convertendosi al cattolicesimo o fingendo di
convertirsi.
Ettore Sottsass, grande vecchio del design, dell'architettura, ha
raccontato, un po' commovendosi: « Era il 1947. Avevo trent'anni. Dovevo
trovare un lavoro. Facevo la fame nel senso più palese della parola. Ricordo
che era un pomeriggio di pioggia. Milano era un'incomprensibile massa di
cemento. Il che moltiplicava i miei affanni. Quando sei solo e povero, giri
per le strade come un pazzo. Capitai in Fiori Chiari. Saranno state le
quattro di pomeriggio. Lo stomaco mi catapultò dalle Pirovini. Non mi
conoscevo. Dovevo avere un'aria disperata.
Mi dissero: "Venga, venga che le diamo qualcosa". "Guardate che non posso
pagare". "Venga lo stesso". Mi prepararono una cioccolata e un po' di pane.
Erano degli angioli.»
Il debutto "breriano" di Cazzaniga avvenne in quel clima. Era una Milano
solidale, affettuosa e lo era ancora di più nel caposaldo degli artisti fra
l'Accademia, il caffè della "sciura Titta", il bugigattolo delle Pirovini e
il "Giamaica". «Sioli non fu soltanto il mio "chaperon". Mi aiutò
moltissimo. Ero stato un pessimo studente. Mi diede lezioni di italiano, di
storia dell'arte, di grammatica, di storia politica. Quasi un Pigmalione.
Per uscire dal totale autodidattismo, mi iscrissi all'Accademia Cimabue,
dove hanno imparato il mestiere anche Romagnoni, Guerreschi e Ceretti. Non
c'è più la strada, ma c'è sempre l'Accademia. Era privata. Insegnava un
maestro d'anatomia di Brera. Sua moglie dirigeva i corsi. Avevo il Parco di
Monza a ridosso della casa dov'ero nato e ci passavo le giornate a
disegnare. Era la mia palestra. Un giorno, vidi De Pisis. Aveva il
cavalletto e dipingeva, Credo venisse da Villa Turro dove era ricoverato per
crisi depressive. Faticavo a tirare avanti. Mancavano sempre i soldi per i
colori. Allora, usavo pezzi di carta. Treccani mi aiutò pagandomi un lavoro
di riordino del suo archivio e permettendomi di dormire nel suo studio di
via Borgonuovo. La vita non era per niente facile, ma pensavo di essere un
privilegiato perché potevo fare quel per passione mi premeva di fare. Era
una bella Milano, come dice una poesia di Alfonso Gatto. Trovavi sempre
qualcuno disposto a darti una mano. Le Sorelle Pirovini o "Il Fiorino" o "Il
Soldato d'Italia", tutti sul lato destro di via Fiori Chiari, non ti
rifiutavano mai uno o più pasti a credito. Quando nel 1955, vinsi un premio
acquisto di 50 mila lire a Suzzara (il primo premio era un puledro valutato
300 mila), lo portai al "Fiorino". Equivaleva al conto di un anno di pranzi
e di cene. Fra quei tavola il caffè-tabacchi della Titta (fecero lì la
mostra "Dopo Guernica") e il Giamaica trovavi il meglio dell'intelligenza e
della vitalità creativa di quegli anni italiani. Io trovai anche moglie,
Flora Bravin. Flora dipingeva e dipinge.
Siamo ambedue "vittime" del "Giamaica" che è stato il nostro inconsapevole
sensale di nozze. Eravamo i coccoli di "mamma Lina". Diceva "come in bej i
Cazzaniga", "come sono belli i Cazzaniga". Per il mio cuore, è come se
stesse sempre dietro quel bancone ad allungarmi, quando stava per chiudere,
quel che rimaneva nell'alzata delle tartine di pollo. Esponeva anche le mie
cose su carta e, quando venivano a trovarla i suoi nipoti di Golasecca, mi
faceva da mercante e li convinceva all'acquisto.»
Lina Mainini era già "mamma Lina" per quel suo stare al bancone sopportando
da madre, insieme burbera e dolcissima, i "discoli" della giovane arte
italiana: "discoli" soprattutto per troppa propensione all'alcol. Era uno
scricciolo che spuntava appena con la testa da quel banco e teneva a bada
quell'esercito di "belle speranze".
Brontolava, sbuffava, ma era sempre pronta a cedere, a "segnare in conto",
sperando che le "promesse" diventassero realtà. Se no, pazienza. La
chiamavano "mamma" un po' per rabbonirla, un po' perché fosse più generosa
di gomito nella mescita, un po', perché in certe fredde sere milanesi, il
successo, che tardava a venire, aveva proprio bisogno del conforto di un
sorriso materno e le sbornie di un affettuoso "adess basta". Aveva, mamma
Lina, anche fiuto per il talento. Chighine, Andrea e Pietro Cascella, Alik
Cavaliere, Dova, Crippa, Peverelli, Bobo Piccoli, il "maestro" Fontana.,
Aimone, Carmassi, Sordini, Milani, D'Angelo, Peverelli, Piero Manzoni,
Fabbri, Castellani, Minguzzi, Romani Adami, Guido e Sandro Somarè, Sordini,
Bergolli, Baj, Romagnoni, Guerreschi, Ferroni, Emilio Tadini: tutti hanno
saldato il loro "libretto", alcuni approdando ai grandi musei
internazionali, altri conquistando un mercato.. Se il giovanissimo Manzoni
le raccontava di avere messo in scatola le proprie feci, alzava le spalle
per mimetizzare l'imbarazzo. Se sentiva discutere di "spazialismo", di
astrattismo, di neosurrealismo, di realismo esistenziale, di nuova
figurazione e doveva parallelamente continuare a "segnare", non si
permetteva un cenno di scetticismo. Ma non recitava mai la parte di
protettrice.
«Era facile entrare il sintonia con quel mondo. Magari uno parlava con uno e
non con l'altro, magari uno se ne stava in disparte. C'era un po' un'aria da
Pian della Tortilla, quel clima: stavi lì e non sapevi bene cosa succedeva
dopo, se potevi andare a mangiare, dove avresti dormito, quale sarebbe stato
il tuo destino in quel momento e nel futuro. Era facile fare amicizie. Poi,
subentravano le "affinità elettive". Io ho immediatamente legato con Tino
Vaglieri e con fratelli Dimitri e Pietro Plescan, bravissimi disegnatori ma
dai tempi lenti, i tempi degli inverni russi, degli inverni cechoviani.
D'estate, andavamo a disegnare insieme, sempre: le periferie milanesi. San
Cristoforo, Lambrate, i Mulini di Legnano, meta agognata perché la moglie di
Pietro Plescan - s'erano conosciuti nelle aule di Brera - era figlia di un
macellaio di Legnano e, dopo l'arte, la bistecca era assicurata. Mentre
Vaglieri ed io eravamo al decimo schizzo, lui era ancora intento a tirare
perfettamente il foglio sulla tavoletta con un perfetto sistema di elastici.
Ma era imbattibile nel segno. Più tardi, nel 1957, Vaglieri mi cedette la
sua coabitazione nello studio di Ferroni in corso Garibaldi 89 e diventammo
amici. Insieme a Romagnoni, a Ceretti, a Guerreschi, a Vaglieri, allo stesso
Ferroni, a Banchieri, a Luporini, a Caminati, fummo, secondo la critica,
quelli del "realismo esistenziale" o della "Scuola di Milano". Eravamo, con
Antonio Recalcati e Valerio Adami, i più giovani del "Giamaica". Ma non
c'erano steccati ne di "scuola", ne di età, ne di successo. Roberto Crippa e
Gianni Dova erano già "arrivati", avevano già un fiorente mercato. Erano
straordinari nel coltivare i rapporti con i collezionisti. Venivano al
Giamaica in auto. Crippa aveva una Cisitalia, Gianni una Citroen. Roberto
faceva il "ganassa", il guascone con i suoi giubbotti da aviatore. Ma era un
uomo generosissimo. Un giorno, Vaglieri ed io eravamo fuori dal Giamaica.
Aspettavamo che aprisse il negozio di colori di Elena Crespi. Grippa scese
dal suo automobilone, ci guardò, disse "Ohei, pittori del cazzo", aprì il
giubbotto perché vedessimo il rotolo di quattrini e ci diede 10 mila lire a
testa, quasi fuggendo per non essere ringraziato. Erano soldi, allora.
Solidarietà fra artisti e intellettuali (il primo affitto di casa me lo ha
pagato Morlotti; il non ricco giornalista Franco Berutti ha comprato uno dei
miei primi quadri), senso di fare un percorso insieme, slanci: anche questo
era il Giamaica, con quella straordinaria donnetta, con "mamma Lina" che,
fra ringhianti bonarietà, ironie lombarde, intelligenza e gran cuore, era
l'"apripista" di quei sentimenti. La mattina di Natale teneva aperto sino
alle due: «Adesso basta, chiudiamo». I disperati, i soli, gli scapoli, chi
non sapeva dove passare Natale, Alfa Castaldi, io e tanti altri restavamo
aggrappati ai tavoli. "Mamma Lina" tirava giù la claire e cucinava un pranzo
per tutti.
L'ultima volta che l'ho vista, stava ripiegata su se stessa. Mia moglie ed
io siamo andati avanti a parlarle per un'ora. Lei niente, non una parola.
Quando stavamo per uscire, senza guardarci, ha detto: "Ma come in bej i
Cazzaniga".»
(2003)
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