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LEONARDO SCIASCIA
Quando,
tre anni fa, qui a Palermo, Ignazio Buttitta mi ha fatto conoscere
Giancarlo Cazzaniga - che conoscevo soltanto per nome e per riproduzioni -
l'impressione immediata che ho avuto dalle cose che aveva fatto nel suo
breve soggiorno in Sicilia, una decina di pastelli ad olio,
automaticamente ha fatto scattare due ricordi. Il primo, piuttosto
ovviamente giuocato sulla parola «pastello» è di quando, ragazzo,
sentivo l'espressione, allora in uso «sembra un pastello» per dire di
una donna che era di delicata e sfumata bellezza e acconciata in colori
tenui e teneri: e che la Sicilia ritratta dai pastelli di Cazzaniga
appunto «sembrava un pastello», diventava cioè delicata, sfumata, tenue
e tenera. Il secondo; che si diramava dal primo, era un aneddoto: e
precisamente quello dell'incontro di Max Beerbohm col pugile Tunney,
campione dei pesi massimi e detentore della cintura d'oro: e la sorpresa
di Beerbohm quando, chiedendogli delle sue fatiche e trionfi sportivi,
sentì Tunney che, cambiando discorso e con voce sommessa, accennando al
paesaggio che si vedeva dalla finestra, evocava «le sinfonie in verde e
argento del nostro incomparabile Whistler». Che dal campione dei pesi
massimi venisse un così educato volume di voce e parole tanto esatte
sulla pittura di Whistler, a Beerbohm avrà fatto l'effetto come di una
terza presenza o di un fenomeno di ventriloquia. E qualcosa di simile mi
producevano le visioni della Sicilia che Cazzaniga veniva estraendo dalla
cartella, trasponendosi e fondendosi alle mie impressioni l'aneddoto
beerbohmiano: la Sicilia nel ruolo di Tunney - e ne veniva fuori,
sorprendente, una sinfonia in verde e argento. Non avrei mai creduto,
insomma, si potesse vedere una Sicilia così «non gridata», così
sommessa, così diversa da quella dei pittori siciliani non solo (e
Guttuso in testa, naturalmente), ma anche di quelli non siciliani che, più
o meno occasionalmente, si sono trovati a darne immagine. E anzi, il fatto
che Cazzaniga fosse nato a Monza e vivesse a Milano, motivava e accresceva
la sorpresa che non avesse anche lui discoperta una Sicilia abbagliante,
violenta, drammatica. Ma, al di là delle impressioni immediate, il
discorso è tutt'altro. Questa Sicilia sommessa, questa Sicilia che «sembra
un pastello», questa Sicilia in grigio-argento-viola, c'è: non l' ha
inventata Cazzaniga se non nel senso più proprio di trovarla. La Sicilia
abbagliante, violenta di colori piena di contrasti e di contraddizioni, è nella mente («Dov'è l'America?»,
chiese Emanuelli a Cheever. E Cheever: «Ma l'America è nella testa»);
quando non è addirittura un luogo comune. Lo
stesso, che pure appartengo e ho tentato di dare immagine a una Sicilia
non splendida, non infuocata, non appassionata, «non gridata», subisco -
quando non mi esprimo ma mi trovo di fronte a quel che gli altri esprimono
sulla mia stessa linea: e in questo caso di fronte alle cose di Cazzaniga
- il condizionamento della Sicilia «che è nella mente», della Sicilia
che è idea della Sicilia - è in definitiva della Sicilia luogo comune. E
perché dovrei trovare in pittura quella Sicilia che in me, con le parole,
non trovo? Perché - ecco il punto è proprio la pittura, soprattutto
attraverso l'invadenza e intensità delle espressioni guttusiane, che ci
condiziona alla Sicilia come a luogo della passione e dello splendore, dei
contrasti violenti, dei colori squillanti. E non si vuole qui dire che
questa Sicilia non è - tutt'altro. Ma c'è anche l'altra: dei cieli tenui
o spenti, dei lunghi e grigi inverni, degli alberi che intristiscono,
delle passioni che non esplodono, delle ritrosie, dei silenzi. Una Sicilia
lombarda - ma non solo nel senso vittoriniano, che è un po' utopia, di
una Sicilia netta, repubblicana e non mafiosa, ma anche nel senso del
paesaggio, della luce, dei colori. E Cazzaniga, lombardo, l'ha scoperta da
sé: non solo sottraendosi al luogo comune, che al primo incontro non è
facile, ma riuscendo a liberarsi da ogni suggestione che poteva venirgli
dai precedenti, e specialmente da Guttuso: che era anche più difficile.
Alle porte di Palermo (ché forse non è andato oltre), egli ha voltato le
spalle alla Sicilia splendida e ha incominciato a intravedere la Sicilia
dell'interno: quella della Valplatani e della Valsalso, quella che ha il
suo poeta in Alessio Di Giovanni. E appunto si pensa, guardando queste
litografie di Cazzaniga (litografie vere: che ho visto nascere ora per
ora, colore per colore, dall'assidua fatica del pittore e dei ragazzi di
«Arte al Borgo»), alle voci del feudo, alla massaria di lu Mavaru: a
certi versi che dicono della struggente solitudine dell'uomo come
dell'albero, dell'albero solo quanto l'uomo nella luce di certi tramonti,
di certe albe. «E a la timpa, 'na mènnula, annacata / Quannu sì e
quannu no / di lu ventu, muvia li rami stanchi...»: e si direbbe che
proprio da una timpa, contro il cielo del feudo, nascano questi alberi
queste troffe, queste ficopale.
(1971)
Sembra una pittura di tutto riposo, di tutta quiete. E invece in essa
solitamente trascorre l'inquietudine, l'ossessione, la follia. Lo
scopriamo lentamente, quasi impercettibilmente: a un punto,
improvvisamente, ci accorgiamo che il nostro rapporto coi quadri di
Cazzaniga è mutato, che non più la grazia dell'indifferenza e della
monotonia (e viene da scriverle con iniziale maiuscola) presiede al nostro
incontro, ma una certa ansia, una certa angoscia. Ci troviamo coinvolti in
una lotta impossibile: «Perciò saranno tutti soltanto nomi, quanto i
mortali hanno stabilito, convinti che fosse vero: nascere e perire, essere
o non essere, cambiamento di luogo e mutazione del brillante colore»; «Ciò
che si muove non si muove né in quel luogo in cui è, né in quello in
cui non è» e questa immobile «ben rotonda Verità» perseguita lottando
continuamente contro la mobilità: dei luoghi, della luce dei colori. Ma
attraverso i luoghi, attraverso la luce, attraverso i colori. Lasciamo però
Parmenide e Zenone. Alain, Sistema delle arti: «Che i colori naturali
mutino da un momento all'altro, lo si può capire facilmente; la luce muta
secondo la stagione, l'ora, la nuvola; e il colore di tutte le cose è in
breve modificato. Siccome questo mutamento avviene a poco a poco, accade
che si creda di scoprire infine quello che appena nasce, e perisce ormai.
Accade anche che ci si
attenga all'apparenza di un attimo che piacque, e a cui si poté dare un
nome; ed è un'occasione di più di cadere in qualche paradossale sistema;
tanto più che bisogna ben scegliere, ritenere e in qualche maniera
ricostruire, se bisogna fermare l'apparenza. Pertanto è facilissimo che
il pittore mentisca a se stesso...». E crediamo che sia questa
l'ossessione di Cazzaniga: l'impossibilità di fermare l'apparenza se non
scegliendola, ritenendola, ricostruendola; mutando quel che perisce in
quel che nasce; scambiando la fine col principio; e insomma ingannandosi o
mentendo. Più oltre, nel paragrafo sul paesaggio, Alain dice: «Da questo
s'intende il carattere paradossale di quest'arte del paesaggio che anche
nelle sue opere più compiute si appiglia sempre al primo aspetto che
hanno le cose prima che risveglino gli interessi e le passioni. Il che non
può durare a lungo...». Quel
che vuole Cazzaniga è appunto questo: far durare a lungo,
indefinitivamente, quel che non dura; non sfiorare la soglia degli
interessi e delle passioni; sottrarsi al paradosso che è sempre stato
nell'arte del paesaggio. Contagiati dalla sua, la nostra follia di fronte
ai suoi alberi, ai suoi cespugli, ai suoi gusci e alle sue conchiglie,
dice di sì, che c'è riuscito. Anche se poi sappiamo che è impossibile.
(1973)
La giornata di Cazzaniga comincia all'alba. È come nella breve
ouverture delle "Storie naturali" di Renard: il cacciatore di
immagini. Le immagini sono per Cazzaniga i paesaggi, ma la sua caccia è
alla luce: alle variazioni e vibrazioni appena percettibili da un occhio
meno addestrato e sicuro e che sulle sue tele, sui suoi fogli, diventano
momenti di eclatante - propriamente eclatante - diversità. Tra un appunto
e l'altro di Cazzaniga - appunti all'acquarello, di fronte allo stesso
paesaggio, dalla stessa finestra - a volte passano pochi minuti: ma gli
bastano a registrare gli eventi della luce, la trasformazione dei colori,
il fluire delle forme come se diverse e lontane fossero le ore, diverso il
paesaggio. L' L' ho visto più di una volta dipingere, di fronte all'aspra
campagna siciliana: e correndo il mio sguardo dal paesaggio al foglio e al
pennello che lo ritraeva, ecco che mi avveniva di riscoprirlo, il
paesaggio, di tornare a vederlo come prima non era, quasi stesse accadendo
una restituzione, una mutuazione, una mutazione; quasi che il paesaggio
stesse oggettivamente, in sé, identificandosi attraverso quella veloce
operazione di dipingerlo che Cazzaniga veniva facendo. Sulla luce del sud,
sulla sua intensità, sul suo "fragore", sulla sua quasi
immobilità, Brancati ha scritto una pagina verissima: "Nei miei
ricordi siciliani, la cosa che più si isola dalle altre, sebbene mi sia
apparsa sempre mischiata alle altre, e addirittura come un aspetto di
esse, è la luce... E tuttavia, nonostante la sua intensità, o forse a
causa di questa, la luce del sud rivela nella memoria una profonda natura
di tenebra. Nella sua esorbitanza, varca continuamente i confini del regno
opposto, e quando si dice che è accecante, si vuole forse alludere, senza
averne esatta coscienza, a certi guizzi di buio che vengono dal suo
interno...". In Sicilia, il lombardo Cazzaniga riesce, come nella
Genesi, a separare la luce dalla tenebra, a filtrare la luce dalla luce,
nella luce. Di fronte al paesaggio siciliano, si fa evidente - mi pare -
la sua peculiarità di tenace cacciatore di luce. Nessun guizzo di buio,
nessuna esorbitanza nel regno opposto ( che si possono facilmente
riconoscere nei paesaggi, non soltanto siciliani, di Guttuso) una
"storia naturale", delle "storie naturali". Ma
tutt'altro, si capisce, che naturalistiche.
(1980) |
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