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MARINA DE STASIO
Il
tema dei musicisti jazz, che ha accompagnato tutta l'opera di Giancarlo
Cazzaniga, è legato alla vicenda personale dell'artista, si nutre della
memoria della giovinezza vissuta in un'epoca ricca di stimoli, in una
città che negli anni Cinquanta-Sessanta si apriva alla cultura
contemporanea, scopriva la narrativa francese, il cinema nordico, la
musica americana; è il ricordo dell'amicizia con i grandi jazzisti
italiani e dell'incontro con i rnusicisti americani che venivano a suonare
a Milano. Eppure quest'opera non può essere considerata solo
un'espressione di nostalgia, di intima memoria: si può dire che nel tempo
l'immagine dei suonatori di jazz nei locali bui e fumosi, il suono rauco
del sassofono, la frenesia dei tamburi abbiano continuato a lievitare
nella coscienza dell'artista, diventando una sorta di chiave di lettura,
una metafora del rapporto tra arte e vita. Per
comprendere meglio questo filone della produzione di Cazzaniga, è
opportuno metterlo a confronto con un altro tema ricorrente negli ultimi
decenni, quello del paesaggio; a prima vista possono sembrare discorsi
molto diversi: più luminosi, sereni gli scorci di mare, i pendii sparsi
di ginestre, più drammatici gli interni abitati da personaggi a volte
grotteschi, dipinti in toni foschi o agri. Eppure il contrasto è solo
apparente: se si guarda più attentamente, si nota che molto li accomuna:
il segno è sempre aspro, graffiante, c'è sempre una nota di durezza,
quasi un grido. Non c'è
differenza sostanziale fra interni ed esterni, in questa pittura, come notarono
prima Roberto Tassi, poi Alberico Sala: lo spazio dell'interno in realtà
non è chiuso, rimane privo di un confine preciso; i fiori, la figura o la
natura morta si trovano in uno spazio particolare, che non è fisico né
metafisico, è lo spazio della pittura e quindi dell'interiorità; è un
colore indefinito da cui può affiorare la forma, è l'oscurità da cui
può esplodere la luce. Il sassofonista o il fiore sono apparizioni,
manifestazioni di un'esperienza insieme fisica e spirituale: la musica diventa
luce, i suoni groviglio di segni. Da questo spazio indistinto -luogo non-luogo
dove qui e altrove, passato e presente sono una cosa sola - i frammenti
della visione non si distaccano del tutto: affiorano, ma possono essere di
nuovo inghiottiti da un momento all'altro; la loro è una presenza forte,
eppure precaria. Un colore
dal grigio al violetto è l'atmosfera da cui emergono i suonatori, un
garbuglio di segni neri individua una figura, un volto o i tasti del
sassofono, gli strumenti musicali sono chiazze di un bianco abbagliante,
che raccoglie nella sua massima intensità tutta la luce del quadro,
oppure macchie e segni dorati; gli uomini a volte sono solo ombre, macchie
scure che a stento si distinguono dallo sfondo. 1 personaggi sono tutt'uno
con gli strumenti, lo stesso segno unisce l'uomo, lo strumento, la musica
in un dinamismo frenetico, quasi doloroso, come se ci fosse una fretta,
un'ansia di arrivare alla fine. Lo stesso dinamismo, lo stesso ritmo
spezzato, ansioso uniscono il gesto del batterista e quello del pittore.
C'è qualcosa di aggressivo, di tempestoso: l'artista ha colto la carica
di rabbia, di ribellione di cui duella musica è stata portatrice, di cui
anche l'arte dovrebbe essere portatrice, per reagire in qualche modo al vuoto,
all'inerzia, all'adagiarsi senza domande. Il sassofonista che si stacca
per un attimo dal suo strumento e si volta a guardarci è l'artista che
sospende il piacere della pittura per gettare uno sguardo amaro sulla vita.
Non c'è nostalgia: la memoria non è dolcezza, incanto, sogno, è anzi
aspro risveglio. Negli ultimi
anni molte di queste tempere sono frammenti di un solo progetto: un quadro
di grandi dimensioni che rappresenti una jam-session; l'artista vuole rivivere
qualcosa che un tempo vide accadere, con gioia ed emozione: la magia per
cui persone che magari s'incontrano per la prima volta, quasi per caso,
incominciano a suonare insieme, e scatta qualcosa per cui di colpo si
capiscono, gli strumenti si parlano, si fondono, nasce la musica nasce,
aspra, difficile, ma disperatamente viva. E' ricor0o di momenti reali,
lontanissimi nel tempo, e insieme è qualcos'altro: è l'indicazione di
una possibilità. Il batterista di Cazzaniga che squassa fragorosamente i
tamburi e i piatti sembra volerci svegliare da un cattivo incantesimo,
scuotere da un'apatia, da un senso di rinuncia e rassegnazione in cui il
mondo dell'arte, e non quello soltanto, sembra essere precipitato.
(1998)
[...] E' come se il pittore volesse
ricordarci che paesaggi o stanze, interni ed esterni, il cortile, la
spiaggia, il monte, l'atelier, sono comunque sempre e solo luoghi dello
spiri-to, sono le stanze della vita, che percorria-mo incessantemente, in
continua alternan-za tra libertà e costrizione, tra la volontà dello spirito
di espandersi e manifestare la sua forza creatrice, e gli innumerevoli
vin-coli che lo trattengono. La dialettica tra interno ed esterno, che i
principali esegeti dell'artista, da Roberto Tassi ad Alberico Sala, hanno
individuato come aspetto cen-trale della sua poetica, è espressione
dell'esigenza di uscire da noi stessi, di proiet-tarci verso l'esterno,
verso l'altro di noi, e della necessità di ritornare all'interno, non solo
come rifugio, difesa, ma come ricerca di una verità che si può trovare solo
nell'in-timo della coscienza. Per il Realismo Esistenziale centrale era la
poetica dell'og-getto, sentito come testimonianza irriduci-bile di una vita
che non può essere cancel-lata, che sempre risorge e riprende la sua strada,
e qualcosa di questa concezione resta per tutta l'opera di Cazzaniga: gli
ossi di seppia, le conchiglie, i sassi, relitti, che vengono da lontano a
posare per sempre su una spiaggia sconosciuta, hanno questa carica
esistenziale, come gli oggetti collo-cati negli interni degli ultimi anni
Cinquanta.
Anche i fiori hanno questa forza metaforica [...]
(2001) |
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