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MARIO VALSECCHI
Una
delle questioni artistiche odierne non è se la realtà esista o meno, se
l'arte è superiore alla realtà e abbia o non abbia rapporti diretti con
la realtà, e ancora se debba o non debba affiancarsi, includere o
sottomettersi alla tecnologia; ma piuttosto quale rapporto deve realizzare
l'artista con la realtà o con le situazioni culturali circostanti.
Pensare che l'arte sia superiore alla realtà significa stabilire
gerarchie difficilmente accettabili oggi sul piano dello spirito o
intelligenza che dir si voglia. Rauschemberg, per esempio, preferisce non
favorire la tendenza che crede all'esistenza dell'arte, in assoluto.
«Ogni volta che mi è stato possibile, ha detto durante un'intervista, ho
cercato di correggere questa idea e di affermare che l'arte e solo una
parte, è solo uno degli elementi della nostra vita». E d'altro canto
declassare la realtà (o la tecnologia o la filosofia o la morale: e quale
poi?) da cui pure traiamo la nostra esistenza e gli impulsi di pensiero e
di immaginazione, è un'operazione anch'essa poco accoglibile, per non
finire in purismi e tecnologie da stratosfera. È vero che c'è
un'aspirazione costante a sollevarsi sul dato fenomenico e già Pascal
aveva osservato come il fragile essere che noi siamo, canna che geme al
vento o granello infinitesimale nel cosmo, sappia immaginare persino Dio e
reggere alla vertigine dell'immensità e popolarla dei suoi audaci sogni;
ma quel che più lo stupiva e gli colmava il cuore di ammirato sgomento
era il fatto che quotidianamente lo stesso minuscolo gigante assaporasse
il senso e sia pure la miseria dell'essere in terra. E poiché questa è
una realtà da cui nessuno di noi pub scappare, risalta fuori la questione
di come e in tutte coteste situazioni anche
contradditorie in cui si attua la vita. E
allora mi pare che, fatti ormai persuasi del rumore più o meno sommesso
del teorizzare che da ogni parte si solleva a pretendere di ipotecare le
nostre scelte, sia forse più umanamente comprensivo il riconoscere di
avere i piedi in terra anche se la mente pub salire agli spazi vertiginosi
e tentare perciò un laborioso costruire l'immagine del mondo.
Un'immagine, dico, che sorga da questa esperienza che mi sembra primaria
dell'essere uomo, senza anteporre aprioristici decori di privilegi
umanistici, nella palpitante realtà della propria consistenza umana e
fantastica insieme; un'immagine perciò che, oltre al grado di durata
(altri dice di eternità) che sapremo darle, per trasfigurazione ideale o
per profondità di immedesimazione, sia anche testimonianza del nostro
essere qui, nel modo con cui sapremo esserlo, condizionati come siamo fin
dall'origine del nostro essere, dalla realtà che c'è, dalla vita che ci
vive dintorno e dalle operazioni di fantasia che sapremo realizzare per
attuare, ciascuno di noi, la
nostra storia. Non sembri una divagazione, ma semmai un'esortazione alla
propria sincerità umana, e sia tale da inserirsi anche sconvolgente,
nella storia di tutti come un lievito profondo. Immagini,
chi può, il cielo; e immagini, chi può, anche la terra e le sue
stagioni, i furori e le calme naturali. Ecco il punto dove si inserisce il
discorso pittorico di Giancarlo Cazzaniga: entro questo tessuto quotidiano
di cose vere che fanno orizzonte alla vita e sollecitano oppure riflettono
i pensieri, le meditazioni, gli affetti. Senti cioè che esiste una
resistenza del reale, anche se esso si smaglia a volte, dentro certi vuoti
di malinconia o di deserto furore. Ci fu un momento nell'opera del nostro
pittore in cui l'esistente sembrava accadere e muoversi negli impasti
informi di una desolazione senza scampo, lemuri e larve più che uomini
dentro le fosse buie dei giorni spogliati di tutto: il tempo delle sue caves esistenzialiste tra fumi di riflettori e luccicare di sassofoni. Non
so se fosse già un giudizio, ma certo era una testimonianza di squallide
condizioni umane, anche se all'invettiva di rivolta Cazzaniga dimostrava
di contrapporre una silenziosa capacità di sofferenza. Non era
rassegnazione, ma l'ostinata persuasione che il dolente silenzio riesca a
vincere anche la prepotente persecuzione dei potenti di ogni specie. Chi
ha sentito il canto di Billie Holiday, il piano di Lennie Tristano o la
tromba di Chet Baker, sa cosa voglio dire. Vorrei aggiungere che la
malinconia di cui ho parlato sopra e che pervade sotterranea questi fatti
non è una situazione letteraria né dissolvente, ma un evento originario
che dona spessore agli avvenimenti e all'alone che essi suscitano. La si
riconosce anche adesso, benché i quadri profumino di vecchie erbe o di
fiori recisi e l'0rizzonte - una linea di mare o la traccia valicabile ma
remota tra cielo e terra - offra spettacoli di luci morbide che svampano
in tonalità di cenere, agli estremi bagliori di velluto. C'è già stato
chi, sul seme di Morlotti e lo spessore furente del suo mondo organico, ha
rintracciato l'eleganza di Ajmone ed è uno spazio cromatico che,
Cazzaniga svuota di umori ribollenti per lasciarvi colare una combustione
di materie preziose che si spandono come esalazioni di pioggia. Il segno
della realtà nei quadri di Cazzaniga è breve: una seggiola, a volte
soltanto una spalliera e quel filo d'orizzonte su cui cascano corolle e
foglie. Si potrebbe persino pensare a un revival Liberry, al risorgere
cioè di quelle macerazioni che hanno sentore d'acqua e di sfaceli nei
pensili giardini delle decorazioni murali di fine secolo. Un revival più
di sensazioni che di testa. Ma senti del pari che l'estenuazione si
arresta per imprevedibili risvolti irritati, e semmai c'è compiacimento
di lombardismi vaporosi nella sua pittura li percorre non so che
struggente ansietà, una sommessa febbre che muove il sangue e desta
indicibili inquietudini. È una contraddizione introversa che si aizza di
continuo sugli ostacoli elevati da un senso di intima solitudine e dallo
struggimento delle passioni che portano il fluire della vita a un
angoscioso avvertimento di stacco e di lacerazione. Una pittura che
potrebbe apparire intessuta di espedienti di tavolozza e estetismi
letterari; e invece così spoglia, così disarmata nella sua trama segreta
da rinchiudere una intensa, pur se non del tutto nuova, immagine del mondo
interpretata al lume dei propri sentimenti.
(1969)
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