Giancarlo Cazzaniga
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MARIO DE MICHELI


Da quando abbiamo incominciato a sottolinearne il valore, alcuni anni fa, quella che ormai può chiamarsi la giovane scuola milanese ha finito col trovare il consenso anche di quei critici che, all'inizio, non dimostravano alcun interesse nei suoi confronti. È un fatto che a Milano la nuova generazione artistica ha voltato le spalle alla pittura di gusto edonistico, all'impressionismo astratto, al formalismo estetizzante sostenuti dalla massima galleria milanese e dai suoi critici, per dedicarsi ad una pittura di problemi, di idee, di conflitti di contenuto insomma. Per questo, a nostro parere, oggi a Milano (come già negli anni 44-46) è il centro figurativo più interessante della nostra Penisola. Da Francese a Vaglieri, da Guerreschi a Ferroni, da Banchieri ai Plescan, è tutto un folto gruppo di energie che opera con impegno e autentica vitalità. Di queste energie fa parte anche Giancarlo Cazzaniga. Questi giovani sono venuti alla pittura attraverso l'istanza realistica del legame con la vicenda del nostro tempo: agire dentro il reale, parteciparne, esserne protagonisti, lacerarsi alle sue punte. Questa è la lezione che hanno imparato: la migliore delle lezioni, quella non accademica, non conformista. Lo schematismo primitivo di tale lezione non ha impedito che la sostanza storica di essa fosse la più incandescente e sicura. Questa è la ragione per cui i quadri di questi giovani artisti appaiono così pieni di attriti, di elementi drammatici o patetici veri. Certamente non si tratta di pittori «tiepoleschi» come tanti nostri improvvisati formali, che dall'angoscia di fondo dell'informalismo ignorano le cause traducendolo in chiave melodica, ma di pittori per cui la realtà non è un gioco d'impressioni, bensì una verità carica di cicatrici, ora sollevata dalla veemenza di sentimenti, sanguigna, prepotente, collerica, ora sottile, inquieta, abbandonata. È, in quest'ultima situazione sentimentale che si svolge la pittura di Cazzaniga. La sua città coperta da cieli di biacca è una città spenta, notturna, silenziosa; anche le facciate spettrali delle case acquistano fisionomia nelle sue tele; e così le macchine dell'asfaltatura ai piedi dei muri, i tram nelle strade, così i selciati deserti; e nello stesso modo la campagna della periferia urbana, gli scheletri degli alberi assumono toni di struggente malinconia. Cazzaniga dunque è un pittore intento a cogliere con cauta penetrazione il senso delle cose. Anche il linguaggio ch'egli sta elaborando si sviluppa sul filo di questa sua naturale attitudine: non dissonanze o clangori cromatici, ma una vibrante approssimazione al cuore degli oggetti per intensità di toni, per slanci improvvisi subitamente smorzati, quasi attraverso un fervore generato da una quieta febbre. All'interno di questa ricerca Cazzaniga sta individuando i lineamenti della propria poetica, sta scegliendo gli elementi costitutivi delle proprie immagini. I punti di riferimento sono visibili. Ma ciò che conta è soprattutto l'accento di persuasione che dalle sue tele si sprigiona: questo accento è già suo, ben distinto e definibile. Il lavoro di Cazzaniga ha quindi fin d'ora la base per una progressione, che avverrà secondo la sua natura, cioè con svolgimento costante, senza colpi di testa, senza strappi, ma con l'ostinato e meditato approfondimento dei suoi nuclei emotivi, delle sue convinzioni ideali, dei suoi rapporti con la fitta, intricata rete dell'esperienza.
(1958)

Cazzaniga appartiene a quel gruppo di giovani artisti che a Milano, intorno al '55, hanno scelto la via di una pittura impegnata nella rappresentazione della vita urbana: le spettrali isole di cemento alla periferia, la gente nelle strade o davanti ai televisori, i bar col fascino artificiale di una nuova mitologia: bigliardini e juke box. Era una pittura che reagiva a tutto un indirizzo di edonismo formale, di postimpressionismo astratto, brillante ma frivolo, cercando soprattutto di esprimere l'inquietudine dell'uomo minacciato nella sua integrità. Cazzaniga, sin d'allora, rivelò la sua predilezione per il tema dei suonatori di jazz: il suonatore di sassofono, di tromba, di piano o di batteria, il cantante davanti al microfono. Nel giro di pochi anni questi personaggi sono diventati i protagonisti della sua pittura, dei suoi fogli a tempera, delle sue litografie, dei suoi disegni; sono diventati quasi emblemi di una vita allucinata e fantomatica, eppure vera: una vita immersa in fumosi spazi, dentro atmosfere grigie o neutre. Dentro a tali atmosfere, appunto, si manifesta la presenza oggettiva delle forme, emerge un profilo, uno scorcio, un volto, uno strumento. In genere il personaggio è sempre solo, isolato, ed è concepito come un'apparizione subitanea in un vuoto senza confini; è un personaggio che esce dall'ombra per un monologo di gesti e di suoni, ma anche per tentare una comunicazione con gli altri. Cazzaniga non è un pittore che ami le asprezze, le dissonanze, il cromatismo agitato. Egli si affida particolarmente al segno: un segno rapido, fitto, allusivo, che compone l'immagine per approssimazioni. Anche gli spazi in cui si collocano i suoi suonatori sono attraversati da segni fulminei che ne eccitano la stesura, rendendola animata da segrete energie. In tal modo la superficie vaga o cieca dei suoi fondi partecipa alle note, agli squilli, alla voce del jazz man, ne diventa una visibile eco. Quanto al colore Cazzaniga punta essenzialmente sul tono diffuso, addirittura morbido, nebbioso, che gli consenta poi gli scatti di qualche riverbero, di una torbida luce, di un bianco abbagliante e, insieme, gli accenti nervosi dei suoi segni. Senza dubbio quindi la prima dote di Cazzaniga è la sensibilità, ma si tratta di una sensibilità nutrita di ragioni e di vive intuizioni formali, le stesse ragioni e intuizioni che gli hanno fatto scegliere la figurazione come via d'uscita dal neo-ermetismo d'oggi.
(1962)

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