Giancarlo Cazzaniga
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RAFFAELE CARRIERI


Fra Natale e fine marzo ci siamo proposti più di una volta di intrattenerci col lavoro di Giancarlo Cazzaniga. Le occasioni erano a suo favore. La seconda settimana di dicembre, le edizioni di Roberto Scalabrini pubblicarono in meno di cento copie numerate Le cinque lettere della monaca portoghese, a cura di Piero Chiara, illustrate da cinque acqueforti originali di Cazzaniga. Le acqueforti mi piacquero molto: Cazzaniga aveva scelto a commento delle Lettere uno dei motivi più frequenti e ricorrenti nella sua pittura, ginestre e piccole querce. Non so se il giardino del convento di Beia, dove Marianna Alcoforada scrisse le sue lettere al crudele Cavaliere francese avesse esemplari dell'antica flora adriatica con tanta finezza incisa da Cazzaniga, ma le piante e il frastagliamento della luce nel folto dei rami proponevano vibrazioni piuttosto intime. Suggestione e delicatezza non alteravano per niente la tensione appassionata delle Lettere. Ho appreso soltanto oggi, dopo una visita allo studio di Giancarlo Cazzaniga in occasione della sua personale alla Galleria Gissi di Torino l'origine della preferenza dell'artista per la flora adriatica che si ritrova puntualmente in tante sue tele e fogli. Da molti anni Cazzaniga trascorre l'estate in un paesino delle Marche, a una dozzina di chilometri da Ancona: Portonovo. Per raggiungere la spiaggia si attraversano dei boschetti di castagni e lecci. Le ginestre cantate da Leopardi qui sono di un giallo forte, il giallo che Cazzaniga introduce entro i margini delle siepi polverose al cospetto del mare. Il mare si sente nei venti che muovono, simili a onde pietrificate, i tracciati delle siepi. Provengono dal mare i detriti biancastri dei fondi che il nostro impiega per illuminare le nature morte. Una vivida, spettrale luce si leva dai grovigli di foglie e spine, una specie di fuoco bianco che dà alle sue composizioni agresti un che di magico e solitario. Nella nostra visita allo studio di via Santa Agnese a Milano, fra le cataste di bidoni di petrolio per alimentare la stufa c'era steso un piano carico di gusci e valve provenienti da Portonovo. Nelle gravine pugliesi la polvere del tufo in estate ha lo stesso barbaglio. Cazzaniga stava per far partire quaranta e più tele per la mostra da Gissi a Torino: ciascuna aveva nel mezzo della composizione gli stessi elementi calcarei tenuti insieme da un viluppo di calce accecante, il blasone arido e allucinante di questo sole morto e risorto da millenni. L'elemento base in cui si irradiavano rami ed arbusti era sempre lo stesso: muovendo l'oro appassito del fondo ne centravano lo spazio col raggio bianco di un flash automatico e puntuale. Marco Valsecchi, nel ricercare le origini delle preferenze di Giancarlo Cazzaniga nell'introduzione a una sua recente mostra alla Galleria dello Scudo a Verona, e che Gissi riproduce, ha parlato «di umori ribollenti» e di «combustione di materie preziose che si spandono come esalazioni di pioggia». E aggiunge: «Si potrebbe persino pensare a un revivalliberty, al risorgere cioè di quelle macerazioni floreali che hanno sentore d'acqua e di sfaceli nei pensili giardini delle decorazioni murali di fine secolo». Un certo odore di pittura Nabis si avverte nella scelta preziosa delle materie intonate e sfumate come usavano i Bonnard e i Vuillard: una verdura rampicante simile a quella delle oreficerie bizantine riprese in seguito dai gioiellieri parigini dello Stile Nuovo. L'azzurro che, salendo nell'aria crepuscolare diventa lilla, il rosa dei muri degli orti che rompe la vegetazione in trame e sfilacciature quasi argentine, il flash che apre una breccia di bianchi accecanti come un blasone di ossi di seppia, tutte le finestre che danno sui parchi e boschi e giardini ricordano le gentili ed eleganti vedute di Bonnard e Vuillard al tempo di leggenda dei Nabis. La natura delle Marche e i suoi caratteri ancestrali hanno poco a che vedere con i boulevards di Parigi: se abbiamo trattenuto un odore avvertito più nella superficie di talune fusioni e impasti che nell'intima vita delle cose rappresentate è per richiamar l'attenzione su qualche metafora, assai ben collocata del nostro pittore. Ci riferiamo al gruppo di pastelli che ora espone Gissi a Torino. Dalle acqueforti originali per la Monaca portoghese alle composizioni a olio ispirate dalla flora adriatica, Giancarlo Cazzaniga si è guadagnato qualcosa in più dell'attenzione: la nostra fiducia.
(da Epoca, 1969)

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