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ROBERTO TASSI
La
pittura di Cazzaniga possiede delle caratteristiche che la differenziano
dall'arte che si è sviluppata a Milano negli anni cinquanta e sessanta e
le segnano un posto preciso nell' ambito di una storia artistica e di una
sensibilità che si può indicare come lombarda; delimitano un mondo, una
zona, un angolo di visione, quindi un modo di fondare il rapporto con la
realtà e infine la forma d'essere di una specifica costituzione psichica. Ogni cosa in questo mondo si
manifesta sotto un velo esile ma ininterrotto di malinconia, così
diffuso, insinuante e duttile da apparire come la sostanza stessa
dell'immagine, come se venisse lentamente spremuto dalle cose e servisse
poi da legame tra loro dando significato e consistenza allo spazio. Ma cos'è questo che chiamiamo
malinconia, e che si adatta più a dei fatti di esistenza che a dei fatti
pittorici, e che indica più delle sfumature psicologiche che delle
atmosfere cromatiche? È un sentimento sottile che chiude come un muro
l'orizzonte, così della vita come dell'opera, e delimita uno spazio in
cui tutto ciò che respira e si muove e si organizza vive questa lieve
ansia, questa acuta insoddisfazione che è un risorgere,
nel presente, del passato con la sua impossibilità a esistere di nuovo e
quindi il suo destino a rimanere frustrato, come una impotenza
esistenziale. È in fondo un modo minore dell'angoscia. Ma
nel lavoro di Cazzaniga, da un quadro all'altro, anche lontani di anni e
di idee, questa situazione si ripete, diventando un trasferimento diretto
dalla vita del pittore a quella dell'opera, senza intermezzi, senza
distacchi. E ciò che rende possibile tale continuità del sentimento
essenziale, la sua ininterrotta presenza, la sua fondazione senza dramma e
senza lotta sta proprio nel suo attenuarsi, nel suo sfumato consistere,
per cui l'artista lo può accettare in un moto di rassegnazione. Non
si tratta naturalmente di una resa, di consegnarsi passivamente alle
ingiunzioni della realtà, registrandone lo scorrere come di un'acqua che
non lascia traccia se non per la sua azione levigante; la rassegnazione
contiene già un giudizio e una scelta quindi è una posizione in qualche
modo attiva, solo che tende a rendere omogeneo il rapporto con la realtà,
omogenea quindi la sequenza di immagini che ne deriva. Ogni cosa è
predisposta e viene accolta con un leggero disincanto; l'incontro avviene
in una zona dove i contrasti sono attenuati e ne arriva un riflesso o
un'eco come di loro fantasmi, ombre o impronte; una zona che non è un
rifugio, ma uno spazio istituito, creato, in cui l'operazione acquista la
sua autenticità. Da questa alchimia non sprofondata, né oscura ma pure
vitale nasce l'opera, che porta così nel velo di malinconia
il segno della sua gestazione. È anche questa, sicuramente, una ferita,
ma di cui non si conoscono le proporzioni Cazzaniga rimane così
continuamente sull'orlo di una situazione estrema; ma non si butta allo
sbaraglio, come può farlo Bacon o, per restare un una zona più vicina a
lui, un pittore che ha fatto esperienze simili alle sue come Ferroni. Si
trattiene e cerca di vincere l'angoscia imbellendola con una certa dose di
grazia, che è un modo interno, umile, delicato, non retorico di agire e
di far sorgere uno spasmo di poesia dalla fugacità. E può a volte,
richiamare piuttosto l'ombra di De Pisis, cioè di un altro modo di
vincere l'angoscia con la grazia, di nascondere il dramma sotto il
piacere. Che non arriva però in Cazzaniga fino alla sensualità né
dell'oggetto pittorico, né della materia, tantomeno del colore. Cazzaniga
opera una riduzione che trasforma lentamente l'oggetto pittorico in un
organismo in cui sono rallentati in processi vitali e che, spogliato dei
rapporti, delle esuberanze, della varietà dei fenomeni, si restringe a
una sua essenza interna, alla rappresentazione di un sentimento
poeticamente monotono della vita. Questo processo è ottenuto mantenendo
con rigore, con fatica, con una continua sorveglianza, l'immagine su una
linea di semplicità dei suoi elementi, secondo una scelta precisa che non
viene dall'istinto, ma dalla meditazione, dalla consapevolezza. Cosi
un'esperienza esistenziale ha creato i segni, le impronte psichiche che si
riflettono nell'opera nel momento in cui il pittore ne ha presa coscienza
e sa far coincidere malinconia e semplicità, grazia e dolore. Le
immagini nascono allora filtrate dal ricordo; sono momenti situati nel
flusso del tempo, testimonianze di un frammento di passato che acquista la
sua vita nel punto del ritorno, quando un attimo del presente opera il
richiamo; e del ricordo mantengono la lieve imprecisione, il lento
fluttuare, l'evidenza appena insinuante, non decisa, l'allusività del
colore, l'indeterminatezza dello spazio. Sono immagini della memoria. Una pittura quindi che non opera una
presa diretta sulla realtà, che non nasce da un moto di immersione o di
partecipazione immediata, ma spreme gli oggetti fino a farne delle
impronte, dei relitti di un pensiero che affronta la realtà come
rinascita; in fondo dei segni che, pur nella loro semplicità, contengono
un investimento simbolico poiché rimandano ad un momento e ad una
situazione che non sono quelli del presente, testimoniano di qualcosa
che è altro, foss'anche la sottigliezza di un moto dell'anima; e in
questo partecipano di un frammento di mistero. Le
opere scelte per questa documentazione appartengono agli anni dal 1965 ad
oggi: sono anni fecondi, di meditazione e di maturità pittorica. I vari
elementi della pittura di Cazzaniga vi confluiscono dopo un tragitto che
attraversa gli anni difficili della formazione milanese, e vi si trovano
ormai approntati a stringere l'immagine in una costruzione ben definita,
che di quell'esperienza conserva gli stimoli più vitali. Infatti su
questo periodo così compatto si può considerare ormai
fondata la personalità di Cazzaniga, essendo in esso presenti i segni che
la costituiscono nella loro più scoperta immanenza. Analizzandoli
specificamente troviamo anzitutto l'omogeneità cromatica, che deriva da
una zona della tavolozza un po' spenta, attenuata, tendente al tonale,
adatta quindi ad esprimere l'atmosfera di nostalgia e di tristezza che è
propria del ricordo; non vi appaiono i colori diretti, squillanti, ma gli
spessori opachi, gli sfumati di tono basso, i bianchi un po' calcinosi, le
terre, gli ocra, i gialli autunnali, i grigi «lombardi», viola e celesti
nella loro espressione più sottile, i rosa e le madreperle madidi di
stille mattinali; quando in questa uniforme unione di toni appare un tocco
di rosso vi brilla con una preziosità di pietra rara. Così
sul lato cromatico della pittura di Cazzaniga si può fondare un primo
riscontro dell'interpretazione che siam venuti finora, per accenni,
stendendo: una certa liricità che ha rapporti non del tutto indiretti con
un tramando naturalistico, che partendo da ciò che in Morlotti è
drammatica e potente fondazione di una struttura del naturale (violata in
oscure profondità) la riduce alla propria intenzione poetica, la investe
della propria temperatura psicologica e crea, per esempio, trofei di
foglie stinte, seccate e coglie la malinconia del declino; su questa uno
scorrere di momenti vissuti che hanno fissato nella realtà dei punti
poetici da sciogliere, da trasformare in atmosfere dolenti; un transito di
nebbie sottili, cilestrine, lattee o ingrigite che hanno già nella
costituzione cromatica la
loro valenza psicologica. I colori della conoscenza indiretta,
dell'evocazione, della poesia che nasce dalla coscienza profonda e
sofferta della fugacità del reale. Le cose sono fuggitive, restano le
loro spoglie, il ricordo della loro bellezza momentanea. Anche
lo spazio di queste opere è di tipo emblematico, allusivo; ridotto al
massimo nella direzione della profondità è direttamente omogeneo al
colore; diviso per lo più in due zone che indicano due momenti dell'opera
è come una parete su cui gli oggetti sono appoggiati o una sostanza
amorfa, a funzione psicologica, dalla quale emergono, non è naturalistico
e d'altra parte nemmeno metafisico, ma partecipa di una incerta fisicità,
che sta tra l'indicazione di un sentimento e l'esibizione di un evento
misterioso, quasi medianico; in alcune di queste opere, e sono le più
tipiche in tale direzione, non si avverte più nessuna distinzione tra
interno ed esterno, a volte infatti gli oggetti sembrano depositati su un
piano di tavolo e l'impressione è avvalorata dall'emergere, dietro di
loro, dello schienale di una seggiola, ma la zona alta dello spazio si
presenta come un cielo e riflette sulle cose sottostanti l'atmosfera
movimentata e libera di un paesaggio; altre volte invece gli oggetti
appaiono sparsi sulla terra o su un prato, ma ecco che, sul fondo la
maniglia di una finestra indica la chiusura di un interno. In questa
ambiguità, anzi identità tra fuori e
dentro, tra la luce di un cielo o lo spessore di una parete vegetale
e i muri omogenei e inerti di una stanza sta molto più che una semplice
soluzione pittorica, sta l'indicazione di un rapporto indiretto,
evocativo, alonato con la realtà e il porsi della persona poetica di
Cazzaniga in una zona di incertezza, di margine insicuro, tra il vero e il
suo riflesso, tra l'assunzione degli oggetti come fatti reali e la loro
elaborazione come segni della memoria, come immagini risorte da un
deposito psicologico. Ma proprio in questa incertezza, in questa divisione
tra fattori diversi, in questa impossibilità di presa diretta sul reale,
in questo uso unitario di spazi e di fatti non omologhi che si
sovrappongono ai margini, si trova la realtà poetica di queste opere, e,
nel corrispondere a una situazione vitale, la loro autenticità sotto il
loro fascino. A volte pochi
oggetti amalgamati in bianchi involucri si depositano sul fondo come
caduti attraverso strati profondi di acqua, mentre lo spazio è tutto un
movimento di foglie agitate da un vento che fa vibrare l'atmosfera
nebbiosa, e una striscia netta, argentata di luce attraversa da cima a
fondo tutta la costruzione, come l'abbacinante passaggio di una stella tra
le brume del ricordo; altre volte essi, arricchiti di croma e di soffice
luminosità, si dispongono in una zona circondata tra grigioscuri fantasmi
di rami e di fronde, come nella radura di un bosco reso compatto dal buio
della sera; oppure gli oggetti, frutti, conchiglie, ammassi di foglie,
rami levigati, polpe di teneri rosa, si innalzano come simbolici trofei
dentro il lume incerto di una stanza. Una
semplificazione anche più intensa è perseguita nei paesaggi: in
confronto agli esempi più recenti di naturalismo, a quello lombardo in
particolare, questi, privi di sontuosità, di spessore materico, di senso
quindi dell'affondamento, si pongono su un lato un po' diverso, dove è il
sentimento malinconico dell'esistenza, la tristezza e lo squallore del
vivere, che operano la riduzione delle cose, l'impoverimento dei mezzi,
eliminando ogni avventura eccedente, ogni profusione formale, la presenza
bruciante o il senso oscuro delle radici, per fermare sotto un cielo tra
il grigio e l'azzurro, doloroso, indifferente e uguale, il segno di pochi
arbusti, di una costa brulla, appena franata, di qualche fiore o foglia
autunnale. Il lato di una Lombardia di sottile sensibilità, di
desolazione tutta interna accettata per antico tramando. Una tale
intuizione del paesaggio apre e chiude il gruppo di opere che testimoniano
gli ultimi cinque anni di lavoro, stringendole così nel cerchio
ininterrotto di una ispirazione omogenea e delimitando un periodo che è
qui a indicare la maturità raggiunta, e a dimostrare anche una sua storia
interna, che appare di tanto articolata di quanto differiscono le prime
opere del 1965 e l'ultima del 1970. La scelta e la combinazione
complessiva dei toni e dei loro rapporti non sono cambiate, la sostanza
del sentimento neanche; il primo paesaggio però è tutto sfatto, sfumato,
suggerito, un'amalgama annebbiata di sere nuvolose sulla pianura da cui
emergono le tracce della vegetazione; gli arbusti rinsecchiti e dorati
dalla rifrazione ovattata della luce, un abbandono alla poesia
crepuscolare e di atmosfera, alla stagnazione senza confini del ricordo,
al convergere di un tempo e di uno spazio imprecisi, metastorici,
psicologici. L'ultimo paesaggio ha acquistato una consistenzialità più
netta, l'immagine vi è delineata con una costrizione formale che non
rifugge da un elemento di durezza e, a tratti, di aridità; c'è un
prosciugamento che riporta le cose a una dimensione più reale e fissa
sullo schermo del ricordo una impressione più sicura; così il tempo e lo
spazio diventano sempre diretti, circostanziati, non sfuggenti. Tra questi
due poli che non sono opposti, ma solo differenziati lungo un'unica linea,
stanno tutta la poesia, di sottile e doloroso strazio, e la personalità
di Cazzaniga.
(1970)
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