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STEFANO CRESPI
Un arco di cinquant’anni: dove possiamo ritrovare la figura umana di Cazzaniga; possiamo scoprire, in questi fogli, una traccia di vicinanza, di tempo vissuto, di cifra espressiva. Apparentemente identici appaiono i temi della pittura rispetto al disegno e all’incisione. Ma si pone una riflessione preliminare. La dimensione del quadro ha un connotato più “scoperto”; si stacca via via dall’artista, entra più direttamente nei significati collettivi. Le ragioni profonde del disegno si collocano in un argine di maggior segretezza, quasi di privatezza. Implicano meno il senso di una costruzione o di un rapporto intellettuale. C’è invece di più l’apertura a una vitalizzazione esistenziale, simbolica, emozionale. Avviciniamoci alla sequenza di questi fogli di Cazzaniga: dalle prime solitarie periferie degli anni Cinquanta, agli interni, ai Jazz Men. Si mette in moto quasi un tempo diaristico fatto di giorni, di memoria, di immaginario amoroso. Nei miei primi incontri con la pittura di Giancarlo Cazzaniga. ricordo con intima partecipazione una monografia dedicata alla sua opera incisa (dal 1954 al 1974). lI testo era di Alberico Sala (poeta. è stato critico d’arte al «Corriere della Sera»). La stampa e la sigla editoriale tacevano riferimento alla Spirale a Milano in via Sant’Agnese (nelle vicinanze di S. Ambrogio e dell’Università Cattolica). Nel 1974 era poi uscito un elzeviro di Davide Lajolo con il bel titolo Il cortile dei pittori. Richiamava proprio la Spirale, parlava di Cazzaniga. della sua grafica «leggera nel tratto come una poesia appena scritta». Alcune incisioni di quella monografia ricorrono anche in questa edizione. Che cosa mi prendeva in quella monografia? Era proprio il colore senza colori. Era il bianco e nero come lo scorrere dei giorni. Era un connotato di diario dove la vita non parte. stretta nella fascinazione indicibile dell’assenza, dell’eros. Erano quelle incisioni a un tempo struggenti ed esatte. Sembravano coniugare un mondo intimo tra arcaico e raffinatezza, tra solitudine e mistero, tra l’ora presente ed evocazione di musica. Contribuiva a questo senso anche emotivo di accostamento un’atmosfera di letture, di predilezioni poetiche, di proiezioni psicologiche perfino irriflesse: «la città dai poveri cantieri» di Alfonso Gatto; la «bianchissima nebbia» di Vittorio Sereni; la scoperta un po’ incondizionata del primo Testori dei Segreti di Milano, nei personaggi di quei racconti che tentavano un varco oltre il grigiore nel varietà, nelle fotografie delle dive, nei poveri sogni della domenica che si spegneva a poco a poco verso la «balera di Rescaldina». Unitaria è la poetica di questi fogli lungo una linea e uno svolgimento esistenziale. E opportuno tuttavia tener presente la differenza espressiva fra l’incisione e il disegno. C’è nell’incisione la mediazione del mezzo tecnico. dove l’artista, misurandosi con «asprezza», eleganza. tende a imprimere nella lastra la raffigurazione di una «poesia profonda e intricata»: oggetti, visioni. brume. la «propria individualità più nascosta» (come si può leggere nelle belle pagine che Baudelaire dedica all’acquaforte nei suoi Scritti sull‘arte). Diversa è l’espressione del disegno. I moderni strumenti linguistici (la stessa psicologia della percezione) hanno aperto una rinnovata intelligenza di fronte al fatto espressivo del disegno sottratto definitivamente all’equivoco riduttivo (nell’idea classica) di progettualità, di subalternità al quadro. La concezione del tempo nella moderna figurazione non è intesa come successione cronologica, declinazione storica, bensì come continuo inveramento, durata, memoria. presenza qui e ora. È una nuova concezione del tempo che ha di fatto e irreversibilmente eliminato la distinzione astratta del “prima’’ e del “dopo’’. Un foglio segnato da un po’ di carboncino, o da un tratto di matita, di penna, diviene un atto di inesauribile possibilità segnica. Ecco nelle carte di Cazzaniga le riprese, le memorie dei suoi temi (i Jazz Men). Non sono da collocare in un astratto ordine storicistico, ma in un rinnovato atto del vissuto che rende quasi più toccante questa sorta di deriva dello spazio, del sentimento. Del resto quello che sorprende è la modalità dei disegni di Cazzaniga che prendono vita da una materia diretta, perfino incidentale: può essere un ritaglio di cartone, una carta abbandonata, un foglio da lettera con indirizzo, una pagina d’agenda, il frontespizio di un suo catalogo dove disegna quell’istante musicale di un Jazz Man. C’è un fascino nella modalità di questi disegni che a volte possono certo toccare momenti di compiutezza strutturale e a volte sembrano attingere a una vita profonda, dove le cose, le forme, i colori, le parole, le idee del presente sono il (continuum di una vita oscurata. di una frase senza fine. Poche sono state le mie visite allo studio di Giancarlo Cazzaniga, poche le sue parole sul senso, gli anni, i suoi lontani incontri nell’arte. Ma pure quasi stupisce. coinvolge l’aspetto del suo studio. C’è davvero un filosofico disordine che mi richiama la cantina di un libro di Thomas Bernhard dove ogni giorno si devono «ritrovare, raccattare e ricomporre i frammenti di se stessi». Ecco perché appare significativa, nell’arco temporale di questi fogli, la denominazione di bianco e nero che è anche il naturale, diretto confine con la scrittura. Il bianco e il nero del giorno e della notte. della volontà e dell’abbandono, del battito appunto esistenziale nel bianco del foglio. Del resto la stessa traccia biografica di Cazzaniga. nelle sue fondative esperienze, sembra iscriversi alle caratteristiche essenziali di questa poetica. Anzitutto la Milano degli anni Cinquanta e Sessanta dove nasce la pittura di Cazzaniga: l’incontro, l’amicizia con i pittori storici dell’immagine esistenziale, i ritrovi, la pittura triste (in bianco e nero), il cinema (Antonioni), la letteratura, l’immagine terminale ed europea di Bacon, Giacometti, lo squallore umanissimo degli interni che erano l’orizzonte della pittura. Qui nasce la cifra espressiva del Jazz Man di Cazzaniga. I Jazz Men sono la sua Stimmung: il jazz, gli interpreti, gli strumenti, le tonalità, le note strazianti , la respirazione profonda, carnale, inafferrabile, ossessiva. Nei quadri della pittura, una componente dialettica può essere considerata l’uscita dalla luce spettrale e notturna dell’ interno per entrare nella luce del giorno. Rimettere in moto l’accadimento del viaggio (Concio, Liguria, Bretagna). Eppure, nel portato psicologico, espressivo, la pittura di Cazzaniga non sarà naturalistica. Fuori dal sistema del motivo, è più vicina al battito espressivo (atto, flusso interno del colore, gesto, segno). C’è un aspetto tematico che potrebbe essere riconsiderato come cifra in qualche modo riassuntiva di questi fogli. Riguardando la bibliografia si vede con quanta insistenza le letture critiche, sia pure da varie posizioni e sensibilità, pongano una sottolineatura sul tema della malinconia. Certo il discorso può risultare a volte in termini di sensibilità empirica. Bisogna invece aggiungere che oggi c’è davvero una rimeditazione di pensiero sulla malinconia che attraversa espressioni dell’arte, della letteratura, della musica. Per un riscontro di immediatezza. basti richiamare la recente grande mostra Mélancolie. Génie et folie en Occident, curata da Jean Clair al Grand Palais di Parigi. Da noi, per una intensità di scrittura, si può sintomaticamente menzionare il volume di Eugenio Borgna, Malinconia. Più specificamente. al confine tra psichiatria e arte, Eugenio Borgna riflette su questi temi (Stimmung creativa, follia, malinconia) nel libro Il volto senza fine nella collana «Atelier» della Casa Editrice Le Lettere di Firenze. Questo spunto di riflessione è venuto soprattutto da un testo di Roberto Tassi, critico di grande finezza intellettuale, che introduceva una bella edizione monografica per Cazzaniga nelle edizioni Scheiwiller nel 1970. Sentimento della malinconia «diffuso, insinuante e duttile da apparire come la sostanza stessa dell’immagine». Questo sentimento «chiude come un muro l’orizzonte, così della vita come dell’opera». Si delimita un spazio, un interno, un riquadro, senza intermezzo, senza distacco dove sembra attuarsi un trasferimento diretto della vita e dell’opera. Più che oggetti, materia, colori, fondazione del naturale (Morlotti) si attua in Cazzaniga (esemplarmente nella grafica e nelle carte) uno spazio di presenze, ombre, vuoti, fantasmi. L’atmosfera cromatica è il correlativo di sfumature psicologiche. Non i colori diretti ma gli spessori opachi. gli sfumati, i bianchi calcinosi , le terre, gli ocra, i gialli, i grigi. Tutto è malinconia del declino, o del sogno, o del ricordo, o del transito. Spazio non naturalistico, non metafisico, ma direttamente. reciprocamente omogeneo all’atmosfera cromatica di una temperie psicologica. Per i quadri e gli esiti più meditati di Cazzaniga, si possono richiamare, a ulteriore conferma, i testi di Franco Russoli che sottolinea il lato «evocativo» oltre la resa naturalistica. di Marco Valsecchi che parla dei «giorni spogliati di tutto»: di Alfonso Gatto che scrive del tempo clic dà la «misura» e del tempo che dà «latitudine e sgomento». Oggi c’è una consapevolezza intellettuale su questi terni. Nella malinconia il tempo vissuto non coincide con il tempo cronologico, il presente, il passato, il futuro si aggregano, rallentano e si disgiungono. La proiezione del futuro in particolare si dissolve nelle ombre del passato. Seguendo la linea di questa riflessione, la follia (rispetto alla velatura del la melanconia) può rappresentare la cancellazione stessa dei tempo. Oltre ai nomi citati di Tassi, Russoli , Gatto, lascia perciò una certa impressione un testo di Leonardo Sciascia per Cazzaniga: «Sembra una pittura di tutto riposo, di tutta quiete. E invece in essa solitamente trascorre l’inquietudine, l’ossessione, la follia». Noi amiamo particolarmente in Cazzaniga la dimensione dell’incisione e della carta perché questa poetica (malinconia, nostalgia, follia) si rivela più palesemente. con più disarmante nudità, nell’iterazione ossessiva, nel non colore, nel notturno, in una evocazione della vita che appare e svanisce sul bianco del foglio. Lungo la linea delle esposizioni, c’è un catalogo che si presenta come suggestiva conferma di questo percorso poetico. È una mostra del 2001 al Museo Bodini di Gemonio, a cura di Claudio Rizzi. con il titolo Evocazioni d’interni. Ci sono interni di studio, Jazz Men, ma anche( con giusto rimando) temi di natura. Nella coscienza dell’oggi, le parole sono state consumate, la pittura è stata dipinta. Il soggetto diventa il proprio ambiente immediato: lo studio, il tavolo, gli oggetti. i ricordi, le evocazioni in una loro durata allegorica. Tempo slegato, come è per essenza il tratto di disegno, ma espressivo di una tonalità, di un congedo, di un attrito, di una grazia, di figure interne che per l’ultima volta hanno un potere d’emblema. Nell’arte del Novecento, può essere illuminante un esempio come Alberto Giacometti che in pittura definiva uno spazio, tracciava un rettangolo. Quello spazio, quel tracciato erano l’evento estremo dell’interno entro cui voleva arrivare a dipingere lo sguardo, il volto impossibile. Momento ricorrente nell’espressione estrema dell’interno è il Jazz Man come una sorta di paradigma, di inevitabilità. Quasi al limite del linguaggio, è come un disco che si è incantato e che non può che ripetere la frase destinale di questa immagine: memoria, autocitazione, autoritratto psicologico in una punta tra intenerimento e disincanto. Spesso c’è la perplessità se resistere alla tentazione intermittente di richiami.,di rimandi. Ma davanti ai Jazz Men di Cazzaniga. a un suo foglio magari un po’ dimenticato, io ripenso a un testo stupendo di Eugenio Montale che era un conoscitore un po’ rapsodico di arte, ma era un raffinato musicologo. Il titolo di questo scritto di Montale era Paradosso della cattiva musica. La musica eletta ha bisogno di auditori, di squisitezze interpretative. La cattiva musica, dove « il destino non batte alle porte», è fatta di dono, di scintilla, di dimenticanza, ci accompagna nelle ore della vita. La cattiva musica, dice Montale, non ha attributi, simile in questo alla grande musica. Infine, quasi notizia biografica, si possono menzionare alcune fotografie per Cazzaniga di firme anche rappresentative: Cazzaniga nello studio, con Chat Baker. a un concerto di John Coltrane. Anche nella foto c’è la bellezza del bianco e nero, quel punto enigmatico dell’apparenza «qualunque» e della singolarità. Conservo un numero prezioso della rivista «Pirelli» (agosto 1962) dedicato alla Biennale di Venezia di quell’anno. L’articolo di presentazione è di Franco Russoli, le fotografie, in parte sconosciute, sono di Ugo Mulas. Una foto è per esempio per una sala di Alberto Giacometti: alla parete ritratti femminili, presumibilmente per Caroline l’ultima modella, la scultura in bronzo del gatto. e una bambina sorpresa in una percezione misteriosa. Una foto è per il giovane Giancarlo Cazzaniga. Trascrivo la didascalia: «È la prima volta che i solitari Jazz Men di Cazzaniga approdano alla Biennale e portano con sé la fumosa e inquieta atmosfera delle Notti di Milano». (2006) Il significato di questa mostra è la sequenza
di quadri che si caratterizzano nell'evento unitario di un ciclo. Il titolo
suggestivo e originalissimo è "La luce dalla luce, nella luce". Certo
oggi, nella contemporaneità segnata dalla fine della lingua, dall'espansione
mediatica, dal compimento dell'arte, può costituire un motivo di sorpresa, di
imprevedibilità, di scatto poetico, entrare nel viaggio espressivo di un mondo
(cielo, luce, simbolo) che continua a esistere nello "sguardo" dell'esistenza:
che continua a esistere in aenigmate, in speculo, in vacuo. E' vero, con
Eugenio Montale, che la vita sembra restringersi nella condizione di un "esiguo
specchio": ma la visione dell'io può aprirsi all' "abbraccio d'un bianco cielo". |
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| mariopalmieri@giancarlocazzaniga.it | ||||||||||||||||||||||||||||||