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VITTORIO FAGONE
L'americano
Henry Adams di fronte alla «gloria»
trionfante e venerata della dinamo di tredici metri all'esposizione
Universale di Parigi del 1900 e poi stordito a rimeditare dentro le
cattedrali di Chartres e Amiens arrivava a concludere senza incertezze
«tutto il vapore del mondo non poteva, come la Vergine, edificare
Chartres». Probabilmente
Adams in questa deduzione commetteva un errore (di percorso logico non
storico) ma il capitolo che nella sua autobiografia ha intitolato «la
dinamo e la Vergine» oggi potrebbe premettersi con chiarificatrice
utilità ai cataloghi di molte mostre di pittura. Esiste ai nostri giorni
un taglio netto nelle arti visive tra chi vede il mondo come una
progressione inarrestabile di dinamo in espansione, o minutirizzazione, ed
è interessato a realizzarne lucenti metafore tecnologiche e chi crede
all'aura emozionale della realtà, alla plastica forza del visibile come a
una fenomenicità particolare, all'inesaurita efficacia di un linguaggio
antico, la pittura, nel rendere come diceva Klee visibile l'invisibile.
Cazzaniga è interamente in questa seconda direzione. Già
da quando intorno al '60 cominciarono a notarsi tra le opere più
promettenti di giovani pittori i suoi «suonatori di jazz», l'artista
appariva impegnato a cercare oltre un certo alone sentimentale, l'improvvisa
emergenza di un personaggio solitario, l'incidenza radente di una realtà
fatiscente. Rifiutando asprezze e dissonanze e legandosi piuttosto agli
umori di una certa pittura padana,
ma con libera determinazione e secondo una dinamica costruttiva, l'opera
di Cazzaniga si è andata precisando nel senso di una più aperta aderenza
tra immagine formale e
impulso evocativo. Egli dipinge con assidua, sottomessa fedeltà luoghi
naturali ma sempre in una tensione limite e in un allusivo confine. Di
frequente sono spiagge, siepi, sentieri, davanzali, luoghi da dove la
memoria e l'ansia piegano ambivalenti e pressanti richiami; da dove la
realtà alle spalle, intorno, sembra precipitare in immagini complesse e
senza corpo. L'occasione lombarda di Cazzaniga, evidente in una certa
«soavità», nella predilezione per una pittura chiara immersa in una
luce lattescente, è superata da una simile direzionalità poetica. Di
fronte al paesaggio egli si muove non dalla remota, mistica distanza della
contemplazione ma con vigile eccitazione; egli però non trasfigura la
realtà in simbolo, non ne riveste l'apparenza di ambigui fantasmi (nel
senso di Rodolphe Bresdin e Odilon Redon) ma rischiosamente cerca di
separarne le diverse, oblique distanze, di recuperarne un silenzio che è,
nell'eccezione sartriana, non vuoto ma «distruzione di parole». È una
operazione che distende la qualità naturalistica del paesaggio in una
singolare tensione temporale: le sottili variazioni nelle quali è
sparpagliata la compatta apparenza delle cose liberano una concitata
evidenza, un senso acuto del nascere-morire, del trapassare vittorioso e
irrefrenabile del tempo. In
una direzionalità nuova Cazzaniga ha così recuperato una delle costanti
profonde dell'arte moderna. Il colore sottile, quasi estenuato, che noi
vediamo trasmutare nei suoi quadri deriva sì dalla tradizione padana ma
s'accorda anche con accesa intenzione a Bonnard, a Sutherland: Le
inesaurite «ore» del naturale.
(1970)
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