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Ritratto di Marco Valsecchi

Antologia critica (1969)

Marco Valsecchi

Una delle questioni artistiche odierne non è se la realtà esista o meno, se l'arte è superiore alla realtà e abbia o non abbia rapporti diretti con la realtà, e ancora se debba o non debba affiancarsi, includere o sottomettersi alla tecnologia; ma piuttosto quale rapporto deve realizzare l'artista con la realtà o con le situazioni culturali circostanti. Pensare che l'arte sia superiore alla realtà significa stabilire gerarchie difficilmente accettabili oggi sul piano dello spirito o intelligenza che dir si voglia. Rauschemberg, per esempio, preferisce non favorire la tendenza che crede all'esistenza dell'arte, in assoluto. «Ogni volta che mi è stato possibile, ha detto durante un'intervista, ho cercato di correggere questa idea e di affermare che l'arte e solo una parte, è solo uno degli elementi della nostra vita». E d'altro canto declassare la realtà (o la tecnologia o la filosofia o la morale: e quale poi?) da cui pure traiamo la nostra esistenza e gli impulsi di pensiero e di immaginazione, è un'operazione anch'essa poco accoglibile, per non finire in purismi e tecnologie da stratosfera. È vero che c'è un'aspirazione costante a sollevarsi sul dato fenomenico e già Pascal aveva osservato come il fragile essere che noi siamo, canna che geme al vento o granello infinitesimale nel cosmo, sappia immaginare persino Dio e reggere alla vertigine dell'immensità e popolarla dei suoi audaci sogni; ma quel che più lo stupiva e gli colmava il cuore di ammirato sgomento era il fatto che quotidianamente lo stesso minuscolo gigante assaporasse il senso e sia pure la miseria dell'essere in terra. E poiché questa è una realtà da cui nessuno di noi pub scappare, risalta fuori la questione di come e in tutte coteste situazioni anche contradditorie in cui si attua la vita. E allora mi pare che, fatti ormai persuasi del rumore più o meno sommesso del teorizzare che da ogni parte si solleva a pretendere di ipotecare le nostre scelte, sia forse più umanamente comprensivo il riconoscere di avere i piedi in terra anche se la mente pub salire agli spazi vertiginosi e tentare perciò un laborioso costruire l'immagine del mondo. Un'immagine, dico, che sorga da questa esperienza che mi sembra primaria dell'essere uomo, senza anteporre aprioristici decori di privilegi umanistici, nella palpitante realtà della propria consistenza umana e fantastica insieme; un'immagine perciò che, oltre al grado di durata (altri dice di eternità) che sapremo darle, per trasfigurazione ideale o per profondità di immedesimazione, sia anche testimonianza del nostro essere qui, nel modo con cui sapremo esserlo, condizionati come siamo fin dall'origine del nostro essere, dalla realtà che c'è, dalla vita che ci vive dintorno e dalle operazioni di fantasia che sapremo realizzare per attuare, ciascuno di noi, la nostra storia. Non sembri una divagazione, ma semmai un'esortazione alla propria sincerità umana, e sia tale da inserirsi anche sconvolgente, nella storia di tutti come un lievito profondo. Immagini, chi può, il cielo; e immagini, chi può, anche la terra e le sue stagioni, i furori e le calme naturali. Ecco il punto dove si inserisce il discorso pittorico di Giancarlo Cazzaniga: entro questo tessuto quotidiano di cose vere che fanno orizzonte alla vita e sollecitano oppure riflettono i pensieri, le meditazioni, gli affetti. Senti cioè che esiste una resistenza del reale, anche se esso si smaglia a volte, dentro certi vuoti di malinconia o di deserto furore. Ci fu un momento nell'opera del nostro pittore in cui l'esistente sembrava accadere e muoversi negli impasti informi di una desolazione senza scampo, lemuri e larve più che uomini dentro le fosse buie dei giorni spogliati di tutto: il tempo delle sue caves esistenzialiste tra fumi di riflettori e luccicare di sassofoni. Non so se fosse già un giudizio, ma certo era una testimonianza di squallide condizioni umane, anche se all'invettiva di rivolta Cazzaniga dimostrava di contrapporre una silenziosa capacità di sofferenza. Non era rassegnazione, ma l'ostinata persuasione che il dolente silenzio riesca a vincere anche la prepotente persecuzione dei potenti di ogni specie. Chi ha sentito il canto di Billie Holiday, il piano di Lennie Tristano o la tromba di Chet Baker, sa cosa voglio dire. Vorrei aggiungere che la malinconia di cui ho parlato sopra e che pervade sotterranea questi fatti non è una situazione letteraria né dissolvente, ma un evento originario che dona spessore agli avvenimenti e all'alone che essi suscitano. La si riconosce anche adesso, benché i quadri profumino di vecchie erbe o di fiori recisi e l'0rizzonte - una linea di mare o la traccia valicabile ma remota tra cielo e terra - offra spettacoli di luci morbide che svampano in tonalità di cenere, agli estremi bagliori di velluto. C'è già stato chi, sul seme di Morlotti e lo spessore furente del suo mondo organico, ha rintracciato l'eleganza di Ajmone ed è uno spazio cromatico che, Cazzaniga svuota di umori ribollenti per lasciarvi colare una combustione di materie preziose che si spandono come esalazioni di pioggia. Il segno della realtà nei quadri di Cazzaniga è breve: una seggiola, a volte soltanto una spalliera e quel filo d'orizzonte su cui cascano corolle e foglie. Si potrebbe persino pensare a un revival Liberry, al risorgere cioè di quelle macerazioni che hanno sentore d'acqua e di sfaceli nei pensili giardini delle decorazioni murali di fine secolo. Un revival più di sensazioni che di testa. Ma senti del pari che l'estenuazione si arresta per imprevedibili risvolti irritati, e semmai c'è compiacimento di lombardismi vaporosi nella sua pittura li percorre non so che struggente ansietà, una sommessa febbre che muove il sangue e desta indicibili inquietudini. È una contraddizione introversa che si aizza di continuo sugli ostacoli elevati da un senso di intima solitudine e dallo struggimento delle passioni che portano il fluire della vita a un angoscioso avvertimento di stacco e di lacerazione. Una pittura che potrebbe apparire intessuta di espedienti di tavolozza e estetismi letterari; e invece così spoglia, così disarmata nella sua trama segreta da rinchiudere una intensa, pur se non del tutto nuova, immagine del mondo interpretata al lume dei propri sentimenti. (1969)