Antologia critica (2005)
Claudio Rizzi
The original critical text is in Italian.
Anche se lo sguardo rivela una giovinezza intatta nell'animo ed anzi recentemente rinata in rinnovato spirito di cimento e lavoro, Cazzaniga prosegue un percorso che conta già cinquant'anni di attività e racconta una storia limpida di colori e poesia. Se ci lasciassimo trarre in inganno dall'immagine del tempo, dal peso storico e bello dei decenni allineati nella ricchezza degli eventi e dei protagonisti, potremmo scivolare nell'equivoco di nostalgia e di malinconica memoria. Un orizzonte, un fiore, un connubio terso di cielo e mare configurano anche la tentazione di credere in un "amarcord" vellutato d'emozione e concessivo al sentimento se non al rimpianto. Invece la consapevolezza vince ogni ipotesi nostalgica, convive e dialoga con l'emotività ma riconduce al razionale ogni spontanea pulsione, determinando attraverso il rigore un equilibrio maturo e personale. Pulsano le immagini di proprietà collettiva, alludono e testimoniano ma non raccontano se stesse, tantomeno rivendicano passato e reminiscenze. Il motivo conduttore della pittura di Cazzaniga non si rapporta alla raffigurazione oggettiva ma al senso interiore ed esistenziale che accompagna le vicende del quotidiano, i quesiti e i risvolti del celebrato progresso. Il guizzo secco della vegetazione, come il taglio perentorio e infinito dell'orizzonte, oppure il rapporto dialettico di toni e colori, sono elementi della colonna sonora che è anima o parallelo dell'esistenza. Sono simboli, sono musica; traccia del cammino privato che appartiene a chiunque. L'apparente estasi di contemplazione o memoria, che potrebbe tradursi in elegia di piacere o sollievo, è in realtà trepidazione emotiva di reazione al bombardamento di impulsi sociali derivati dal progresso ma taciuti nel preventivo. Più che rifugio di illusoria libertà, la ginestra è autoritratto di indipendenza nella protervia selvatica di spontaneità, nella tensione alla luce e al confronto con lo spazio aperto di un infinito che esiste e sopravvive oltre il reticolo delle strutture e delle imposizioni del vivere civile. E' un canto di semplicità, perentoria affermazione di autonomia, struttura simbolica per eludere dettagli letterari e comprendere il più vasto senso dell'esistenza. La vibratile tensione che anima il fiore di Cazzaniga è la vibrazione interiore e profonda dello stato d' animo mai quieto e mai sazio, reattivo sempre nella dinamica intellettuale; e lo scatto del segno, la nervatura strutturale nella scansione dei suoni, ritraggono la pulsazione della libertà. Il tessuto nervoso che si delinea nella tela è grafia spontanea di inconscia verità. Come balzo repentino ad afferrare la traccia per incastonarla a testimonianza nel tempo. Perentorio controcanto di malinconica intonazione e repentina vivacità, il colore è diagramma di percorso in equilibrio saggio ma sofferto, patito tanto da legittimarne godimento intimo eppure cosciente. Acuti balzi e quieti toni determinano pentagramma di corposa vitalità, solido costrutto, ricettivo alle morbide pastosità del colore, autonomo comunque nel rigore della struttura sinopia dell'immagine idea. La visione del dipinto è immediata e prioritaria, è fondamento nel dialogo con la tela e trae radici alimentate nell'indole lungo il corso degli anni. Una lettura analitica svela con chiara evidenza la sequenza coerente di temi e soluzioni formali intorno alla costante di personalità che alimenta il rapporto dialettico sempre inteso verso un mondo pulsante dominato da strutture civili e sovrastrutture effimere, ravvivato da interlocutori accessibili, affinità e antinomie contemplate. La posizione intellettuale di Cazzaniga non è mai astrazione pretenziosa o elitaria per recita dogmatica di tesi ad effetto nell'isolamento a riparo di comodo; anzi al contrario Cazzaniga adotta linguaggio agevole, lessico semplice che attinge alla collettività per favorire dialogo pluralista e suggestivo. L'apparente semplicità tematica è evidenza di rapporto immediato con il pubblico osservatore, di chiara comunanza linguistica; eppure è palese una proprietà semantica, tramutazione di un elemento in un concetto successivo, tale da rendere profondo ed emotivo l'incontro con il lettore. Nella diatriba canonica un tempo imperante e oggi finalmente sdoganata, spartiacque inderogabile tra pittura figurativa e pittura astratta, Cazzaniga veniva inquadrato nella schiera dei figurativi, colpevole il primo impatto di evidenza e connivente un sopito impegno di lettura critica. Se è vero che l'immagine, (e in numerosi casi solo parte di essa) è di allusione figurale, altrettanto evidente risulta l'astrazione dell'immagine dal contesto obiettivo, dal dettaglio veristico, dall'intenzione di fedeltà rappresentativa. Anzi prorompe il taglio di scena, la posizione che l'elemento protagonista assume sul palcoscenico, l'allusione alla raffigurazione teatrale con epicentro, sfondo e tagli di uscita laterale a suggerire un'invenzione sempre libera e sempre suggestiva. La disponibilità del pittore alla creatività dell'osservatore, nell'intuire e poi risolvere i concetti che appartengono in germe alla forma, ribadisce la propensione dialettica dell'artista e la concezione di autonomia interpretativa. L'attestazione di "pittore romantico" evidenziata e spesso ribadita dalla critica, si può radicare nel linguaggio di accezione collettiva. La poetica rivolta a chiunque, nell'adozione di temi e termini comuni e senza pregiudizio, è romantica nell'etimologia come nella condivisione dei sentimenti e invita alla partecipazione plurale. La struttura linguistica del quadro evidenzia il contenuto lirico e nella venatura poetica coinvolge emotivamente e induce alla suggestione. Si inanellano allora ma anche prima e dopo, sensazioni e motivi inconsci, memoria e nostalgia, anelito e libertà nella partiture, sinuose virate di gesto e spazio a grande respiro. Ricordo inconscio si esprimono con nitore dalla traccia di spiaggia: reperti e impronte, tempo e luogo, presenza e assenza, si animano come personaggi silenti su palcoscenico di tabula rasa. Sono esterni, paesaggi o brani di vento e luce che inducono a rileggere intimamente i propri valori, reconditi o palesi, sino a esplicitare ciò che è custodito in indole. Ruota il concetto di esterno-interno e mentre l'esterno interiorizza in proiezione intima, ecco che l'habitat di un interno, il mondo in sintesi, il riparo di tutela, elude il limite ed esterna la dimensione di vita. Il concetto, animato con la naturalezza della spontaneità, determina un insolito dinamismo di lettura e comporta di regola la misura dell'universalità. Così l'interno diviene paesaggio astratto, oppure astrazione di spazi dilatati in un oltre che è solo interiore e accoglie suggestioni nell'evocazione di vita. Eppure la connotazione astratta di quel paesaggio non esclude suoni e voci di veristica natura, anzi quasi li propaga, li moltiplica come se, miraggio o sortilegio, l'astrazione divenisse enfasi e sublimazione della realtà soggettiva. Sono voci animate nella memoria le ombre e luci saettanti nell'interno di studio, avvoltolate a spirale come repentina animazione, così parallela e simile all'attorcigliarsi dei gesti nel cespuglio, ai segni dell'arbusto che ha dignità di albero e forza a fendere lo spazio. Nell'interno di studio gli oggetti si tramutano in comparse flessuose, larve evanescenti, traccia o presagio di figura: testimoniano movimento e, dilatando nel gesto lo spazio che li accoglie, traducono l'effetto esterno. Divengono paesaggi artefatti (e di rado l'etimologia é tanto pertinente) di lettura immaginaria, di visione, eppure di attesa, quasi naturalezza o necessità dell'evento. Le cose personificate, oggetti inanimati che improvvisamente nel dinamismo di colore e disegno assumono modulate velocità di movimento, si contrappongono ma corrispondono a talune figure di jazz man, là dove la simbiosi uomo suono e la sintesi musicista ritmo inducono a intensa astrazione di significati. Jazz man è tema del più coerente e continuo Cazzaniga. Deriva da lontano, dalle autobiografie di inquiete giornate giovanili, vigilie e attese, incontri ed eventi, cantine e luoghi di ritrovo: sino a divenire negli anni leit motiv di lungo percorso e autoritratto di intensa passione. Al di là degli amici jazzisti e delle esperienze vissute e condivise, l'anima jazz di Cazzaniga si radica negli anni '50, all'origine della sua prima maturità, là nel fondamento di quei tempi di ripresa sociale e rinascita, speranza e utopia, che riguardati dall'alto di oggi potrebbero ancora intitolarsi " tempi moderni". Un bar latteria per il cenacolo di intellettuali. Un piatto di minestra non era status symbol ma rappresentava una meta. E a esternare l'interiorità, un jazz prorompente che risuonava dalle vene e si effondeva lontano come voce spontanea, come naturalezza espressiva e consapevole di stretta genealogia con lo spiritual dei semplici. Tempi di impegno civile e di confronto intellettuale: poetiche intense e autentiche nel fervore e nel principio di passione. Suoni malinconici e lancinanti fendevano la realtà come in pittura un segno percorre la tela e determina il fremere del colore e la tensione di un' atmosfera. Ancora oggi i dipinti " jazz man " tornano nel mondo di Cazzaniga, testimoniano amici e ridipingono giorni intensi, persuasi di verità. Il fumo che ristagnava nelle cantine, ritrovi di rifugio e di fortuna per gruppi solidali e squattrinati, ancora si inebria nelle volute di colore sulla tela o di pastello grezzo e polveroso sulla carta; si ritrae quel mondo di macerazione analitica e di rovello critico che modulava lenti annullamenti e improvvise impennate. Jazz man è per Cazzaniga una tessera del mosaico autobiografico o un foglio d'autoritratto, una pagina trepidante di memoria, attesa e ritorno; una dichiarazione di fedeltà. Coerenza a quella pittura fondatamente sentita e voluta sin dagli esordi, concepita sulla base di pochi e semplici ma inderogabili principi: la strutturazione tecnica, la poetica e la dignità superiore a ogni concessione di comodo. La pittura macerata nella rilettura, nel quesito continuo, nei dialoghi con gli amici pittori, nei monologhi silenti e mai supini, acuminati anzi come voci di coscienza. La pittura intimamente amata, tanto da non incorrere mai nella stanchezza della routine e nell'apatia del ripetuto; ma virile sempre e lungi dall'estinguersi. Capitoli intessuti di continuità palese, pagine dense di contenuto e intense nello spirito di volontà: la vicenda artistica di Cazzaniga si dipana nei decenni accettando talora periodi di silenzio o ritiro dalle scene ma sempre mostrando evidente la fermezza che lega l'idea di pittura alla tela dipinta. La trasparenza del risultato è tale da tradurre leggibile anche il foglio arcano. La cifra intellettuale che è a monte del fatto pittorico determina regola rigorosa ma non si palesa come vessazione e non opprime. Pare che il ragionamento alla fonte del quadro si sia sciolto nel gesto tecnico, fuso nel colore. La partitura toni e rapporti e la struttura del soggetto emergono come animate da geni propri, illuminate da autonome pulsioni che affermano la propria natura nell'immediatezza della spontaneità e non nell'equilibrio della razionalità. Anche le più rapide astrazioni si motivano necessarie in quanto naturali e così dialogano con il lettore meno esperto e non incutono distacco ma avvincono. Emerge intuibile l'urgenza esistenziale che disegna la personalità d'artista e che dagli anni Cinquanta coniuga silenziose giornate di studio e profondo dialogo interiore. Ma tutto volge poi al pubblico e improvvisamente la voce risuona maiuscola. Silenzio e autocritica, solitudine e meditazione, traducono pittura e sprigionano sequenze di lettura universale. Il lessico di struttura figurativa accenna a possibile narrazione ma subito approfondisce la presenza e induce alla sensibilità suggestiva. Come nella poetica del Realismo esistenziale, l'evidenza dell'oggetto non costituisce il contenuto ma lo propone come elemento elastico per più ampia analisi. E Cazzaniga, nel dipingere un interno (ed è frequente l'interno del suo studio) allude all'interiorità e l'interlocutore ne è attratto a richiamo, evocazione di intime memorie o strumento di introspezione. Il monologo apparente, stretto rapporto fra sé e le cose, fra la persona e la traccia individuale, si propone all'osservatore come terreno di dibattito e tramuta le pareti di una stanza nel paesaggio dell'indole. Fra i protagonisti del Realismo esistenziale, perentori nell' immagine icastica e concisi nella struttura del tema, Cazzaniga esprimeva nella musicalità dell'astrazione dal riferimento veristico, una poetica dilatata e quasi soffusa, di accento netto e consona a più vasti orizzonti. In luogo della citazione motivo di analisi di contingenza e da lì affondo nella dimensione umana, Cazzaniga sin dagli esordi evoca suggestioni di misura soggettiva, concede spazio dialettico e formula un linguaggio denso di pittura, di segno inciso come geografia arcana, di allusioni percepibili e premesse di intuizione. Quando il gruppo dei realisti esistenziali, a metà degli anni Sessanta, adottò singoli destini, Cazzaniga aveva maturato esperienza e personalità per un cammino di sicuro equilibrio. Ancora oggi il suo rapporto con la pittura configura una vicenda passionale di profondo rispetto interiore. Nella pittura è la sua radice d'esistenza, la motivazione di storia e futuro: ma lì consiste anche l'esigenza di tono e ritmo della propria poetica. Dare e avere in pittura danzano l'equazione della sensibilità più acuta e il dialogo con la tela si mantiene costantemente intenso, critico oltre ogni spontaneo automatismo. Rigore etico di radicato principio che induce alla tensione emotiva e alla ricerca di nuovi obiettivi, per inaugurare ogni giorno un altro giorno e rilanciare a domani la sensazione più intensa. (2001)
La memoria non si era mai sopita. E i ricordi dovevano intrecciarsi alle intimità emotive: attese, ansie, passioni. Dal '57 ad oggi il lungo percorso dura un attimo; la lentezza del tempo quando il sospirato e pur legittimato Godot non arriva mai; l'immediatezza o trafittura di "un raggio di sole" e immediata la cognizione degli anni. Nel viaggio, bello e ricco, patito e pagato, Cazzaniga deve aver alimentato silenzioso e taciturno, un po' come lui, anche un vago o pressante desiderio del ritorno. È la nostalgia che ci insegna il greco antico: una nostalgia diversa da quel concetto che talvolta si ammanta anche di retorica lamentosa, gratuita e intrisa di effimera dietrologia. È invece un valore morale, profondamente etico nel rapporto diretto tra sé e le cose: nessun rimpianto per le cose ma un grande rispetto, virile e civile, per quel costrutto dialettico, per l'equilibrio esistenziale, per la superiorità intellettuale capace di vincere la venalità delle regole. Anche Ulisse conosceva l'etica del ritorno oltre le lusinghe, oltre il sapore ricco del compromesso. Il viaggio di Cazzaniga è ancora in rotta; anzi recentemente ha ripreso la navigazione con rinnovato spirito, richiamando la forza dell'esperienza in simbiosi con le energie della conoscenza, curiosità a nuovi confini e volontà a forzare il territorio. Ma una concessione nostalgica premeva come richiamo se non debito intimo. Un riguardo al passato che è personale e talmente proprio da risultare parte integrante nella personalità e continuità riconoscibile nel filo dell'esistenza. Corso Garibaldi 89 è più di un semplice recapito: è l'indirizzo di una vita; il profilo artistico di una produzione che aveva già avuto inizio e ha goduto continuità anche dopo. È il mondo di Cazzaniga quando scelse di amarlo e viverlo. 1957. Per non rischiare retorica ma ricordare cosa fossero quegli anni pensiamo al cinema di quell'epoca, ai documenti di cronaca e costume e alle foto di famiglia, e alla foggia degli abiti e all'acconciatura della persona. Ferite accese, anelito di rinascita, rilettura dei motivi politici e sociali; la promessa del futuro, le periferie e l'urbanizzazione; con la Stazione Centrale che sfornava ogni giorno nuovi arrivi. Sarebbe utile domandare a chi ricorda e può sapere, quale colore avesse Milano allora, se l'azzurro del cielo terso che talvolta ancora trapela oppure il grigio dell'apatia colpevole che ora si riscontra radicata. Anche in arte si vivevano giorni di pulsione intensa. Ma non era rivoluzione ottusa. Una lettura analitica e intelligente scandagliava le ragioni intellettuali, conservava i meriti e propugnava il nuovo. Senza gli strumenti della pubblicità; senza la grancassa del mercato; e di globale tutt'al più, poteva esistere solo la festa del Patrono. Motore di spinta erano gli ideali e le ideologie. Sembra di argomentare archeologia oppure etnologia affondata nel tempo; invece no, Là al numero 89 di corso Garibaldi era la Casa degli Artisti. Intorno si dilatava un quartiere rimasto "vecchio" sino agli anni Ottanta. E quella casa è ancora intatta; forse un gene fatale la conduce al reperto storico. Il mondo fuori pulsava e dibatteva tesi e antitesi: eppure Cazzaniga le elaborava lì, le meditava e le ribaltava, setacciava e sedimentava: lo dimostrano gli "interni" di allora e poi nel tempo. Suoi compagni di viaggio privilegiavano il fatto di cronaca o il substrato urbano, la periferia e il ruolo uomo-città. Oppure avvertivano prioritario il dato esistenziale nel rapporto con lo sviluppo sociale. Cazzaniga macerava il tutto nell'interiorità, nel silenzio dello studio tra le pareti intrise di pittura e di musica, tra le piccole cose che divenivano simulacri di vitalità. Erano simboli latenti ed espressivi come ideali di fede. Il tavolo di lavoro diveniva palcoscenico dell'esistenza ed erano attori i cento corpi farraginosi di barattoli e tubetti, matite e residui, fogli e carte come mappe dell'esistenza da percorrere. Allora era fervido il dialogo-dibattito tra gli artisti e se ne rinviene traccia in talune assonanze percepibili nei differenti linguaggi, concomitanze di accenti e temi, paralleli evocativi. Alcuni anni dopo, con espressione nitida e acuta, venne definito "Realismo esistenziale"l'ambito di artisti che, pur con distinzione e specificità di lessico, attuavano una ricerca comune votata alla considerazione del singolo nell'incombenza del sociale. Cazzaniga, con Romagnoni, Ceretti, Ferroni, Vaglieri, Banchieri, Guerreschi, lo scultore Bodini e altri, fautori poi di radicali e diverse scelte, fu tra i primi a esporre, segnando un momento di importante rottura con la figurazione di tradizione o di realtà politica, contrapponendo anzi una lettura intima in chiave collettiva. L'evocazione suggestiva di Cazzaniga, radicata nella gestualità perentoria del segno che compare allusivo e si dipana nella velocità emotiva, si ribadisce anche nella tensione che sostiene e sottintende il soggetto, sia simbolo oppure figura, tanto da animarne l'essenza. Così avviene nel jazz, motivo ricorrente e costante in Cazzaniga, ritmo determinato da gesti di chiaroscuro e linee di forza agile che tracciano un'idea e scolpiscono un'atmosfera. Anche il suo jazz proviene dai primi anni Cinquanta. Evidente adozione di un mondo lirico che trae il proprio spirito dalla spontaneità di una realtà semplice e diffusa. Erano gli anni delle cantine e dei ritrovi, degli amici e degli incontri quasi epici, di penombre soffuse e colore intimo. Il jazz si coniugava alla realtà esistenziale; prorompeva da dentro, echeggiava ancora nello spiritual di espressione sincera, proclamava spontanea una risposta alle strutture formali che si anteponevano alle urgenze dell'evidenza. Nelle cantine del jazz si incontravano idee e ideali e le porte si chiudevano all'effimero sinuoso che già intaccava le forze di un Paese in ripresa. Tra le mura dei ritrovi come tra le pareti dello studio, quello che Gìancarlo condivideva con Gianfranco Ferroni, risuonavano note interiori divenute compagne nel tempo e motivo conduttore di una linea lunga, protratta nelle stagioni, alimentata sempre e mai tradita. Gli interni sono dunque sinonimi di interiorità, verità intime, condizioni emotive che si contrappongono all'aspetto sociale e ne consentono, più che l'apparenza, la convivenza: l'accettazione della regola che non diviene mai convenienza, ma semplicemente compresenza, lata, diffusa e pertanto suffragata. Gli interni sono la proiezione più vera della personalità; dialogo soffuso o centellinato con la parte di sé più recondita, con la verità declinata nel silenzio e nel privato. Compaiono negli interni testimonianze di naturalismo che si collegano alla traccia di paesaggio che Cazzaniga dipinge corposa quasi malleasse creta e materia; brani di vegetazione orgogliosa, di linfa prorompente nel colore e nel senso a significare la genetica della libertà. Non sono comparse ma ruoli di primo piano nel palcoscenico di Cazzaniga, simboli di una proiezione all'infinito nella tensione verso lo spazio e nella predilezione del colore terso, perentorio nel timbro di musica assoluta. Citazioni di un mondo che in Cazzaniga vive parallelo agli interni e si sviluppa nella metrica della vegetazione: tema-pretesto per liberare pittura in autonomia di gesto e spontaneità di dialogo. L'osservazione attenta può poi rivelare un'assonanza, o denominatore comune, a congiunzione di esterni e interni: mentre l'interno forza i limiti del perimetro, quasi esplodere oltre il possesso di spazio e contenuto, gli esterni si delimitano in ambito ideale, quasi collocandosi in porzioni definite e racchiuse. Sintomo di una personalità che non cerca l'anarchica infinita distesa dello spazio puro ma un ambito contenuto e preciso di dialogo. Cardini di coerenza nel percorso di Cazzaniga, lungo cinquant'anni di attività mai metodica o sottoposta al vincolo del predeterminato razionale, anzi passionale e intuitiva nella ricerca costante oltre la convenzione di linguaggio. Senza concessione alcuna, senza benevolenza di permissività malinconica o nostalgica, solo come constatazione di un dato certo che dalla cronaca procede alla storia, Cazzaniga ricorda e riconsidera gli anni, i luoghi, i volti. 1957, corso Garibaldi, Ferroni, gli amici, i compagni di quel tragitto indimenticabile e poi tutte le immagini testimoni e partecipi della sua grande avventura. Rammenta, racconta a voce, rilegge nel silenzio dello studio. Evocazioni con la dignità virile della testimonianza. (2001)
Suonano anche le sue ginestre. Così come sono fiori e infiorescenze le sue note di jazz, gli ottoni, le folate di vento nel ritmo che si allunga e segna l'animo come se sferzasse il paesaggio. È la percezione del senso delle cose. Carpire aromi e radici, motivi, essenza; suggerire senza descrivere, navigare e se capita, ritrovarsi in balia e goderne. [....] Lo studio. Il porto di quiete. Quella confusione beata di cose, carta, libri, giornali, una marea che sale, scende, sormonta come un fotogramma di mare in tempesta. Cazzaniga la governa lasciandosi in balìa. La carta quasi annega la pittura. Poi, come uno squarcio fra le nubi, si apre un'oasi e compaiono cavalletti e tele. E colori dappertutto. Spatolate ricche di umore vivo, di colore intenso, di accenti di vita. Sul muro, sui bordi del tavolo, sulle piantane di legno. E il pavimento costellato come residui buoni di una mareggiata recente. [...] Dipinge uomini jazz nelle volute di fumo e di note. Si intravede, si immagina una bottiglia, il naufragio, la sopravvivenza, il ritorno. Jazz è Spoon River ma potrebbe essere anche Bukowsky. Cazzaniga è poesia lineare, pochi versi, molto ritmo, la pausa di silenzio, il silenzio come suono, la forza senza urlo, la bellezza che disarma la violenza. La sua sedia è la sua torre. Da lì domina il territorio e si ascolta. (2003)
Cinquant'anni di pittura in rigoroso profilo, dialogo intimo, immersione profonda. Un cammino intenso, iniziato con rara tenacia di adolescente a Monza e proseguito a Milano, tra le ferite ancora aperte della città in ricostruzione, ideali e difficoltà, convinzione e incertezze. Oggi più di ieri desta stupore l'immutabile freschezza della tela di Cazzaniga. Forza, immediatezza e passione ancora palpitano come innamoramento della prima stagione. Risaltano in sonorità autentica e declamano la coniugazione spontanea e felice di tecnica e anima. Il lungo percorso ha attraversato il tempo ma non scalfito la tempra. I silenzi musicali, le immagini poetiche, i tratti dello spirito. Il motivo conduttore, filo logico della vita e della pittura, non ha subito sbavature, non ha perso ritmo né vigore. Solo mutamenti linguistici, variazioni espressive in corso d'esecuzione, ma l'autobiografia, manifestazione intima del proprio essere, ha solcato svolgimento coerente. Gli interni anni Cinquanta configuravano il perimetro del vivere quotidiano, la proiezione verso il mondo partendo dal luogo di meditazione. Erano veste dell'animo, geometria e geografia di un epicentro emotivo, luogo in cui convergevano gli impulsi esterni. Interni perpetrati e idealmente intatti ancor oggi nella dimensione del vivere, nell'accostamento esistenziale delle cose, giornali, colori, memorie, stralci, cose inanimate, cose parlanti. Nel silenzio della luce che pervade improvvisa, nel riparo dell'angolo in ombra, nell'isolamento della volontà e nel codice della porta aperta. L'interno è l'intimo. Dialogo e non confessione monologo. E' tracciato di dimensioni, dichiarazione esistenziale di territorio da condividere. Testimoniare se stessi non significa peccare di presunzione e invadere obbligatoriamente con il proprio io. Significa proporre un angolo prospettico, una visione della vita con la sobrietà di chi partecipa pienamente, nell'anima e sulle spalle. E discuterne, perché la certezza è un bene altrove. Nel jazz si fondevano passato e futuro. Segregazione e universalità, voci di lontana sofferenza e desiderio di ridisegnare il mondo. Il mondo non è cambiato molto ma un poco si e il jazz è divenuto anche bianco e i colori della pelle non sono discrimine assoluto come un tempo. E il jazz è rimasto nei sentimenti e nella tavolozza di Cazzaniga. E' un mondo, un linguaggio, strumento di comunicazione, bandiera di unione, verità nell'acuto che risuona e nel fendente dentro. Jazz man, l'improvvisazione liberatoria diviene coralità di appartenenza e un pensiero di traduce in civiltà. Dei musicisti jazz dipinti sulla tela, Cazzaniga ha ascoltato parole e silenzi, lacerazioni di tempo e storia, attese, sogni e ideali. Ha condiviso luci e ombre dell'animo, spazio e meraviglia del suono. Ha percorso le strade della notte sino all'alba, al sole, al cielo che si staglia oltre una pianta in fiore. Ha ritrovato in un petalo la primavera che ritorna, il nuovo che riappare come sempre eppur sempre è nuovo e bene fa sperare. L'infinito si staglia, evidente eppure alluso, oltre la sinfonia floreale tripudio di colori e dichiara l'emozione nel palpito di luce e materia. Interni o esterni, uomo figura musicista oppure fiore pianta cespuglio, lo spartito non muta e l'autobiografia interiore scrive un'altra pagina. L'espansione del perimetro di un interno che appare aprirsi all'infinito, oppure la visione accentrata sul fiore, quasi altro intorno non esistesse, se non talvolta lo spazio immane di cielo o mare, determinano la sequenza emotiva. Condizione e non occasionalità, motivo logico ben lungi dalla casualità dell'attimo: costante nell'anima anziché stato d'animo. Si delineano allora l'indole dell'uomo e la voce dello spirito. La freschezza mantenuta e incrementata nel corso degli anni, la vivacità del gesto sicuro e del colore impavido, provengono da una dimensione poetica, che pur non avulsa dalla realtà del quotidiano ed anzi ben consapevole, ripropone l'intimità del sentimento quale misura del vivere. Non si tratta di gettare rami di olivo nel mare in tempesta né liberare colombe sui territori di guerra ma di contrapporre al materialismo evoluto, anzi involuto ai più nefandi livelli, la piccola sfera dell'interiorità. Conosci te stesso non è detto qualsiasi ma fondamento, umano prima che filosofico, dell'antichità come della modernità. Né Socrate, né Freud affidano a venalità e patrimonio il segreto della felicità. E alla sete dilagante di denaro e potere Cazzaniga contrappone una ginestra e un sax. Risposta e proposta, è tale comunque da sempre, da quando condivideva con i compagni di sensibilità il Realismo esistenziale e nell'atmosfera grigia delle periferie che rinascevano nel dopoguerra, loro dipingevano solitudine e isolamento della persona e riconoscevano ghetti proclamati città. Quella stessa solitudine andò a soggiornare al Conero, ove le ginestre parlano al vento e l'altitudine sul mare curva l'orizzonte e dice che il mondo continua. E andò in Sicilia, là dove il sole arde terra e fiori ma scalda persino un uomo del nord. Quelle luci, quelle dinamiche di spazio che diviene interiore, hanno alimentato la canzone di Cazzaniga, che non è romantica perché sentimentale e comprensibile, ma universale in quanto intima. Cinquant'anni di intenso percorso sembrano e sono molti, eppure saranno volati, come per tutti. Ma insegnano che uno spirito consono e coerente non indulge e non invecchia, che l'animo dispone di vivacità superiore alla dote fisica e che l'esistenza non si affligge anche quando l'energia si debilita. La pittura è sulla tela, sì, ma soprattutto nella lettura. Nelle dimensioni che si protendono oltre il perimetro, nella profondità oltre la superficie, nella proiezione oltre l'immagine. Anche se tutto si semplifica poi nel dire Giancarlo Cazzaniga pittore. (2005)