Antologia critica (2005)
Raffaele De Grada
The original critical text is in Italian.
Ho seguito la pittura di Giancarlo Cazzaniga da quando era allievo di mio padre all'Istituto d'Arte di Monza dove, nel grande edificio concepito dall'illustre Piermarini, al centro di uno dei grandi parchi d'Italia, gli studenti si esercitavano a cogliere i segreti della natura, a contatto con la grande aria nella quale alberi e case erano immersi in un tutto, difficilmente definibile. Non ho mai dimenticato poi quando, alla morte di mio padre nel 1957, il giovane Cazzaniga dimostrò affetto riconoscente per il suo maestro offrendo a mia madre di restaurare alcuni quadri che mio padre aveva lasciato, con una disponibilità generosa, eccezionale. Si parla di mezzo secolo fa: da allora Cazzaniga ha fatto molta strada; la sua strada e oggi egli si presenta come uno degli artisti importanti nel panorama contemporaneo, che d'altra parte è tutto cambiato. Cazzaniga ha lasciato che la luce invadesse appieno i suoi quadri, corrodesse le forme e trasformasse l'oggetto di natura con un processo analogo a quello con cui un secolo fa i divisionisti vollero rendere al massimo l'effetto che la luce imprime alla natura delle cose. Naturalmente il richiamo storico al divisionismo è puramente teorico, perché Cazzaniga dagli anni Sessanta ha sviluppato una sua visione moderna che Roberto Tassi ben definì come "una forma d'essere di una specifica costituzione psichica" (Ediz. Scheiwiller, 1970). Già Tassi definiva la visione di Cazzaniga come tipicamente lombarda descrivendola come "un sentimento sottile che chiude come un muro l'orizzonte". E' vero, questo sentimento in pittura si ritrova in Arturo Torsi come nei suoi predecessori, da Ranzoni al Piccio, è un modo di veder le cose come se alla distanza esse ci abbandonassero, lasciandoci in uno stato di perenne malinconia. E' vero, questa persistente visione della "natura morta", ma anche del paesaggio, in Cazzaniga è diventata una originale caratteristica che ha distinto la sua arte anche nell'atmosfera della pittura lombarda che, ancora oggi, a tanta distanza di tempo, annobilisce la sua ricerca e la raccomanda tra le cose rare e durevoli. Ma, nel rinnovarsi del secolo, quando ormai Cazzaniga è giunto alla piena maturità e intorno è sorta una siepe di problemi, che cosa ci porta di nuovo questo pittore, oltre la sua storica malinconia del reale? A me sembra che nella persistente devozione alla natura, in Cazzaniga si avverta un nuovo spirito d'indagine: il pittore non si accontenta più, come facevano i suoi precedenti, (penso per esempio a De Pisis) di contemplare lo scorcio del reale abbandonandosi alla sua glorificazione, il che sarebbe già un gran fatto nella distruzione del reale che ci minaccia, ma voglia invece approfondirne la lettura, sgusciando le forme dal loro involucro, assaporandone il contenuto, esaltandone la loro continuità oltre il presente. Mi voglio spiegare con un esempio storico. Quando un pittore fiammingo del Seicento dipingeva una "natura morta" per commissione, non si limitava a descriverne la fragranza, la gioia che dava l'oggetto nel momento stesso della visione, pensava che questo momento felice dovesse durare nel tempo e per ciò forniva una struttura al soggetto che avrebbe dato piacere a figlie e nipoti, dopo i primi fruitori. Fuor dalle regole dell'effimero che ci assediano da ogni parte, Cazzaniga agisce in modo assai simile, sguscia la forma dei fiori, rivela l'essenzialità di un paesaggio, assiepa i colori secondo un gusto tutto suo, che afferra sempre più il riguardante e crea così una medietà del gusto autentico che, senza traumi, arricchisce in nostro spirito. Sulla pittura di Cazzaniga è fiorita una buona letteratura, che ha già storicizzato il suo già notevole percorso. In genere è stato sottolineato che la pittura del lombardo si basa sulla memoria delle cose, piuttosto che sulla loro diretta rappresentazione. Certamente Cazzaniga non è "naturalista" nel senso stretto del termine. Ma voglio chiarire per chi guarda queste opere che l'emozione del pittore è certamente una rielaborazione del reale, una composizione in ordine estetico, ma anche un rispecchiamento del reale che Cazzaniga, a differenza di altri colleghi più teorici di lui, sente ancora in modo diretto, rispondendo a quella tradizione lombarda e italiana che è sempre riuscita a ricoprire col tenue velo della fantasia il senso commosso del reale. Così possiamo annoverare questo artista tra quelli, non sono poi così tanti, che in Europa difendono il territorio del reale contro l'onda lunga dell'effimero che, sorretto dalla pubblicità televisiva, tende a spazzare il senso della pittura come dominio dell'immagine. (2005)