Antologia critica (1974)
Alfonso Gatto
The original critical text is in Italian.
"Di Cazzaniga val la pena di scrivere", vorrei dire con l'affermazione di un nichilista che tornò al niente della sua morte, prima d'esser detto qualcuno del quale si sarebbe parlato. Era un mio amico lombardo, si chiamava Pinin, e amava le ginestre del Vesuvio, viste con me per la prima e l'ultima volta in una gita intorno agli anni trentacinque. Pinin Pérego (un cognome "in serie" che gli piaceva) morì in guerra, nel deserto dove non cresce nemmeno la ginestra leopardiana. Se lo ricordo qui, è per dire che i lombardi amano soprattutto, della natura, le cose che non hanno: il mare e il deserto. Così fiorita, lavorata, tenera, umida, la dolce terra che Linati e Balsamo Crivelli scoprivano sulle orme di Renzo, tutto può avere, come ha, dell'acqua, meno che il mare: tutto può avere dell'aridità e dell'incolto, persino la sodaglia manzoniana, meno che il deserto. Non c'è precisione poetica che non abbia umore, e quell'umore particolare proprio dell'evidenza, indicata alla buona; il "cosi bello quando è bello" del cielo negli occhi, che si scopre nel capitolo XVII dei "Promessi Sposi" e che è tuttavia della memoria, nel ravvedersi, per averlo dimenticato. Quale immagine figurale di un vero pittore non nasce da una "maturazione e progettazione interiore"? Per un lombardo poi... Comunque, fu la lapalissiana evidenza di Calvesi, forse preoccupato di sortilegi naturalistici che avrebbero potuto mischiargli le carte. Ma non sono le definizioni a contare, e Cazzaniga non è naturalista, se è "naturale", non è nemmeno occupato a dirsi dottore di immagini. Basta qualche volta rifarsi alla natura a patto di averla - per ritrovare nella storia o nella stessa memoria l'istinto che ci dica testimoni del nostro sguardo e del nostro vedere per la prima volta. Basta, alla fine, essere poeti, per parola, per colore o per segno, come Cazzaniga è, purché non sia una presunta grandezza a contare, ma la qualità della voce. In Cazzaniga è tenera voce, ma pura, sì da sfuggire tanto a Del Bon (non conosco altro "chiarismo"), quanto alla crocchia morlottiana, pur serbando del primo la tenerezza, il sottovoce, e persino il falsetto: del secondo, la marcatura gestuale che è della sua sansuosa approssimazione. Quanto al segno, Cazzaniga semmai si richiama per i suoi cespi viminei, a raffica, a un certo Zigaina, per la veemenza interiettiva propria di una natura che medita sulle sue metafore, speculando tra somiglianza e singolarità, nel nome proprio d'ogni cosa e nel nome "altro" che richiama. Ginestra quale deserto e scoperto e manzoniana sodaglia, e umana sorte, e sole, e silenzio. Quanto al colore, fiorito e illuminato dal di dentro, quasi acceso, Cazzaniga gioca sulla sottigliezza avveduta a un limite d'estrema parsimonia, con una pittura che si lascia persino poco qualificare dalla sostanza pur di non concedere allo sperpero materico. Vuol cogliere il verso costruttivo del segno quale prima istanza, quale perimetro e emergenza del colore, dal basso in alto, qual è d'ogni cosa o forma accestita nell'evidenza della sua ragion d'essere nel suo spunto d'esistere per visibilità. Il rapporto tra "l'osservazione dall'alto", verticalità assiepata che dal basso vive lo spunto, il rigoglio, l'evidenza - e l'abbandono versatile e offerente del segno rovesciato nello scrimolo controluce, sono, per l'opera incisa il modulo che consente a Cazzaniga di trarre vigore dal suo patetismo. Incline a sospendere, a molleggiare l'arabesco festoso dei rami, delle foglie, Cazzaniga moltiplica la veloce crescita dei luminii bianchi e neri quali accento di pronuncia per le carnose immagini che invoglia o per l'irresistibile fogliare e salire, degli ulivi, dei cespi, dei germogli, dei butti. Queste "ginestre", metafore di solitudine, di sole, di profumo ventoso e di pietra, di radici, sono anche ginestre insistite a essere più giriestre, sì da meritare la necessità di essere lì sul foglio, come sulla terra che ne sembra sradicata nel "tenerle", ne) volerle tenere. È la volontà poetica, mai intenzionale e "iper-realista", a raggiungerle in questa penetrazione, in questa ultima affermazione di se stesse. Quel che conta è il luogo dove si nasce, dalla stessa storia che ha fatto memorabile, avverso e amoroso per l'uomo, il tempo del creato: il tempo che ne dà misura, e il tempo che ne dà solo latitudine e sgomento. Cazzaniga nel segno decide, taglia corto con gli indugi, sembra, per contendere il "più" dell'evidenza alla morbidità elusiva, silenziosa che pure l'inquieta e gli strugge l'animo. È questo suo incontro indifeso con i sentimenti e con la tradizione lombarda che gli consuma, glieli affina nell'ironia dei contrasti e nella calma della ragione, a dargli la naturalezza del pittore buono che ha nella convinta discrezione formale la sua efficacia di sole povero, di ginestra attecchita al pendio, alla sua china dolente. Che io scriva di Cazzaniga per la prima volta, non significa che ci siamo incontrati per caso su questi fogli. Ci siamo incontrati, da un tempo più antico, nei sentimenti e nella poesia che li illumina, a mostrare che sui cespi bruciati e stravolti dal vento e dal cammino degli spazi e degli astri, agli occhi del pastore errante, nasce l'arido fiore del segno che tace di quanto grida, che cerca l'azzurro, l'aria, per quanto fu sua, a tenerla, la terra che ama. (1974)